Il campo di Campagna

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disegno di Marco Battipaglia

disegno di Marco Battipaglia

La liberazione, la Segreteria di Stato e Monsignore

Il campo di concentramento di Campagna


di Alessandro Hoffmann.
Estratto da: Storia di una famiglia di origine ebrea a Palermo

INTRODUZIONE di Alessandro Hoffmann
In occasione di due eventi ricchi di significato che sono il 125° anniversario della nascita di Monsignor Giuseppe Maria Palatucci (25 aprile 2017) e l’80° anniversario della sua ordinazione a vescovo della diocesi di Campagna (28 novembre di quest’anno), il Comitato Giovanni Palatucci ha ritenuto di distribuire due dei tredici capitoli (che ho chiamato Atti) della mia recente Storia di una famiglia di origine ebrea a Palermo pubblicata dalla casa editrice Qanat e giunta alla terza edizione. I capitoli, per la precisione, hanno come titolo rispettivamente Il campo di concentramento di Campagna e La liberazione, la Segreteria di Stato e Monsignore. In particolare il primo Atto alterna la descrizione del campo di San Bartolomeo con la gestione generale del tema da parte di Palatucci, la cui azione risulta sicuramente al di sopra della norma; il secondo Atto invece tratta un argomento particolare - quello dei rapporti tra un internato che chiede aiuto, il vescovo che gli dà aiuto e la Segreteria di Stato che fa diventare l’aiuto un fatto concreto (cioè un provvedimento di revoca di un altro provvedimento). Gli attori della vicenda sono, tutti di altissimo livello: da un lato, il cardinale Maglione, monsignor Montini, padre Tacchi Venturi; dall’altro lato, i capi della polizia Bocchini e Senise ed Epifanio Pennetta. Al centro, a spingere con garbo ed energia, il vescovo Palatucci. E sembra quasi di toccarli con mano. Il motivo di questa scelta, della quale dico grazie a Michele Aiello, è dovuto alla circostanza che parlare della Famiglia Hoffmann e di Alessandro Hoffmann (il padre di mio padre) - protagonista della storia - ebreo straniero residente nel nostro paese, arrestato a Palermo il 17 giugno 1940 e tradotto a Campagna nel campo di San Bartolomeo, significa parlare di frate Giuseppe Maria Palatucci e raccontare una pagina che, per tutti e due, è stata straordinaria: quella di una storia che supera l’attesa e il potere dello spettatore e d’improvviso diventa liberazione. Alessandro infatti, grazie all’azione di Palatucci, viene prosciolto e torna a casa. In Italia, gli ebrei stranieri internati furono quasi diecimila e quelli a cui fu revocato l’ordine furono una cinquantina. Quindi, lo 0.5 per cento di salvezza, forse qualcosa di meno. Un miracolo laico?

Federico Mausner e Alessandro Hoffmann internati a Campagna, 1940

Federico Mausner e Alessandro Hoffmann internati a Campagna, 1940

Di questa storia, non sapevo quasi nulla e, in famiglia, non avevo un solo documento: soltanto, che Alessandro era stato a Campagna e che era ritornato a casa grazie all’intervento della Chiesa Cattolica. Un giorno, il ritrovamento casuale di alcune cartoline postali che si trovavano nell’album di un collezionista di francobolli, mi fece capire che era giunto il momento di incominciare così: C’era una volta...Il libro è costruito tutto quanto sulle carte e rientra nella cosiddetta diaristica: non parla ma fa parlare e si pone come una testimonianza diretta dei fatti vissuti dalle autorità narranti. E le carte trovate, nel nostro caso quelle custodite nella Biblioteca “Landolfo Caracciolo” che contiene ben organizzato l’Archivio del Vescovo e poche altre depositate all’Archivio Centrale dello Stato, ci descrivono in modo netto le modalità di lavoro di Palatucci del quale Pio XII, in una lettera della Segreteria di Stato del 29 novembre 1940 - e questo giudizio ha un valore assoluto - “si compiace per la solerte opera di carità svolta per alleviare tanti dolori”.

ATTO I
Il campo di concentramento di Campagna

«Dove la strada e il treno abbandonano la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania», lì – racconta Carlo Levi – c’è Campagna, località incassata nei Monti Picentini e facilmente controllabile. Campagna, capoluogo di circondario, fu uno dei principali campi di concentramento allestiti dal governo fascista, sicuramente tra i più grandi, assieme a quello di Ferramonti di Tarsia. «Nel campo – scriverà il Ministero dell’Interno – non si trovano internati pericolosi per i loro precedenti politici ma ebrei che sono stati allontanati dai centri più importanti per motivi precauzionali». La storia di Campagna, città che nel nostro Paese è diventata un mito della memoria e della pace, non è una storia banale. Qui in particolare un ruolo essenziale lo ebbe il vescovo, monsignor Giuseppe Maria Palatucci (Montella, 1892 – Campagna, 1961), a capo della diocesi dal 1937 al 1961, del quale Pio XII, in una lettera della Segreteria di Stato del 29 novembre 1940 – e questo giudizio ha un valore assoluto – «si compiace per la solerte opera di carità svolta per alleviare tanti dolori». Nel 1940 i contesti organizzativi (chiamiamoli così) di questo tipo erano una cinquantina, due dei quali in Sicilia, Lipari e Ustica, e quattro in Campania, in grado di ospitare quasi cinquemila fra uomini e donne «pericolosi nelle contingenze belliche o pericolosi per il regime», tutti nell’Italia centrale e meridionale e pronti ad accoglierne fino a diecimila. Di questi, l’unico costruito sul modello dei lager nazisti era quello di Ferramonti, con 92 capannoni e più di tremila internati. Qui, una mano anonima avrebbe scritto su un muro: “Ferramonti non è Dachau, è un lager di Mussolini”. Leggenda di provincia voleva inoltre che esistesse un campo anche a Vittoria, Ragusa: si trattava in realtà di una vecchia struttura per prigionieri risalente alla prima guerra mondiale. «Nel periodo 1940-1943 il trattamento nei campi – scrive Michele Sarfatti – fu simile a quello di una prigionia, ma non fu affiancato da violenze fisiche o morali aggiuntive». A Campagna, Palatucci tirava dritto con misericordia e al canonico della sua Cattedrale, che il 1° ottobre 1942 lo metteva in guardia avvertendolo che la Questura di Salerno aveva disposto una indagine per accertare «se il Clero con a capo il Vescovo aiutava finanziariamente gli ebrei […]», rispondeva a stretto giro di posta: «ho aiutato finanziariamente gli internati bisognosi, come nei limiti del possibile aiuto tutti i poveri che si presentano a me. E li ho aiutati senza distinzione, senza mai domandare se quelli che si presentavano a me fossero cattolici o ebrei o protestanti. Ho aiutato quelli che ho potuto, sia per carità cristiana, sia per fare opera di italianità, cioè di umanità gentile e romanamente generosa. E so che questa umanità l’hanno approvata. […]». Il vescovo era anche un uomo coraggioso: come scrive Eugenia Granito, «Giuseppe Maria Palatucci interviene, nel dicembre ’41, con una lettera indirizzata al Questore di Salerno, a favore degli ebrei lì reclusi, che si erano rivolti a lui per essere aiutati». E sua eccellenza le pensò tutte, anche quella – proposta al Capo della Polizia nel 1942 – di trasformare il campo in una colonia montana per la Gioventù Italiana del Littorio. La motivazione, pur essa coraggiosa, può essere così sintetizzata: “nel confronto tra italiani ed ebrei, vincono questi ultimi che, pur non essendo di civiltà superiore, ci sono superiori per mezzi e per la possibilità di una vita migliore dal punto di vista dell’esteriore civiltà”. Il dottor Senise, ringraziandolo, gli rispose che «non è possibile sistemare altrove gli internati». I primi detenuti di Campagna, ritenuta ideale dal punto di vista della sicurezza militare, furono circa 370 uomini. Si trattava di ebrei in regola. Tra quelli provenienti da Palermo ricordiamo Alessandro Hoffmann, Federico Mausner e Hans Meyerhof. Così, con alti e bassi, sarebbe stato dal 16 giugno 1940, giorno dell’inaugurazione, al 9 settembre 1943, giorno della fuga perché entra in vigore l’Armistizio firmato a Cassibile (Siracusa) tra l’Italia e gli Alleati: in particolare la fuga, benedetta da tutta la città, è una storia che andrebbe raccontata anche nei dettagli. Complessivamente, gli internati sono stati, tra arrivi e partenze, 583, quindi si restava a lungo. Nel nostro campo i reclusi – il cui numero sarebbe oscillato secondo i periodi tra i 230 e i 150 – arrivavano con i ferri (ricorda Antonio Palladino, cittadino di Campagna, «immobilizzati per mezzo di una lunghissima e unica catena e condotti, poi, in fila indiana […]») e vivevano in due ex conventi, quello di San Bartolomeo e quello dell’Immacolata Concezione.

I conventi, nel tempo, erano stati trasformati dapprima in caserme, utilizzate per le manovre d’autunno, e poi in edifici di concentramento: «[…] due caserme vuote – scrive il Prefetto di Salerno – attrezzabili per circa novecento posti […] entrambe alle due estremità del centro abitato e quindi in località appartate dove è anche facile la vigilanza». Tra i detenuti più noti, i libri di storia ricordano il pittore russo Alessandro Degai e il musicista polacco Bogdan Zins. Tra quelli più popolari invece i medici Enrico Chaim Payes, Dawid Schwarz e Max Tanzer, tutti polacchi e tutti poco più che ragazzi. Gli internati dovevano rispondere a tre appelli giornalieri al mattino, al mezzogiorno e alla sera. A ognuno venivano assegnati una branda, un cuscino, due coperte, una sedia, una bacinella, una bottiglia e un bicchiere; considerato il regime coatto, le condizioni di vita erano dignitose e, in determinate ore del giorno, potevano muoversi in paese. Alessandro visse sin dal primo giorno nel Convento di San Bartolomeo.

Non è un caso che alla fine del 1941 l’allora segretario del direttorio nazionale del Partito Nazionale Fascista, Adelchi Serena, inviò una lettera all’allora capo della polizia con la quale si lamentava che «la libertà di cui godono gli internati di Campagna desta qualche preoccupazione in quanto essi sono molto a contatto con la popolazione civile» e chiedeva «provvedimenti di competenza di cui si gradiranno avere notizie». La “libertà” – ossia la possibilità di fare quattro passi nel piccolo centro storico – però non era un regalo ma l’effetto della mancanza, nei due campi, dello spazio minimo per muoversi stabilito dalla Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra. Sul tema, un appunto del Ministero dell’11 dicembre 1941 ridimensiona il problema e sottolinea che «è necessario concedere agli internati qualche ora di libera uscita al giorno la cui durata peraltro è strettamente limitata […]». Va ricordato al proposito che la convivenza dei profughi con i residenti era buona e che questa esperienza molto forte cambiò, in meglio, anche la città e la cittadinanza. Ma la bontà non sempre ripaga; è rimasta nel cuore ad esempio la frase del primo direttore, Eugenio De Paoli, alla vigilia della defenestrazione, dopo due anni: «Chissà che non sono anche io ebreo, e da direttore del campo non debba finire internato». Per parlare con le autorità civili gli ebrei avevano un portavoce, Hugo Wantoch (anch’esso recluso), che rappresentava a Campagna la Delasem, ossia il patronato. «A lungo i campi d’internamento e di concentramento per gli ebrei – avrebbe scritto Renzo De Felice nella sua Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo – riguardarono solo gli ebrei stranieri e “politicamente pericolosi” (cosa, questa, come ci dice l’esperienza di Palermo, non vera) e, salvo le condizioni igieniche spesso primitive per le zone prescelte, la vita non vi era certo troppo dura». De Felice, in materia, non va molto per il sottile (le informazioni sul tema, nel momento in cui scrisse, erano ancora quanto mai carenti) e non può sapere, ad esempio, che gli storici tedeschi avrebbero chiamato questi luoghi lager.
Il clima, poi, doveva essere angoscioso. Lo testimonia una lunga lettera che trasuda paura inviata il 17 febbraio 1942 da Hans Meyerhof, ebreo internato e palermitano di adozione, a monsignor Palatucci, in cui, consapevole che «firmando questo rapporto io so benissimo il rischio che corro», Hans descrive «quello che rapportano i miei compagni internati dalle lettere di loro parenti e amici in Germania, colpiti o minacciati dalla deportazione in Polonia». La lettera è straordinaria. «Per quanto la vergogna possa ricadere in prima linea sui creatori di tale vigliacca infamia – scrive Meyerhof – e per quanto sarà difficile dare un aiuto morale e materiale agli innocenti colpiti […]. Gli Stati Europei alleati della Germania ove non protestano contro la infame crudeltà dei Governanti tedeschi diventano, senza dubbio, correi del crimine». Insomma, sapevano tutto, il quadro era già agghiacciante e i rinchiusi incominciavano a vivere nel terrore che la macchia dell’annientamento si potesse allargare. In ogni caso, i tedeschi – come ci dice una lettera del Consolato di Germania di Napoli riportata da Capogreco in un saggio su Campagna – controllavano a distanza ravvicinata. A Campagna, nell’ambito di un accordo di programma tra le principali istituzioni pubbliche e private locali, è stato ristrutturato il complesso monumentale di San Bartolomeo – dove soggiornò, come ricorderete, anche Alessandro – e allestito un museo e un itinerario: sulle pareti, i nomi e i cognomi degli internati. Tra le iniziative, un percorso degli Ebrei, con tre stazioni della via crucis: quella del Raduno, quella del Riconoscimento e quella dell’Internamento. Il progetto è intitolato a Giovanni Palatucci, nipote del vescovo Giuseppe Maria, commissario di pubblica sicurezza di Fiume, morto a Dachau a soli 36 anni, «ucciso dalle sevizie e dalle privazioni» o, come anche fu detto, «da raffiche di mitra».

All’arrivo delle forze anglo-americane, fascisti e gruppi dell’esercito tedesco posti nelle prossimità di Campagna, nell’intento di fare rappresaglia, si diressero verso le ex caserme per rastrellare i detenuti. Giunti sul posto non trovarono nessuno: preventivamente avvisati e organizzati, infatti, i profughi – attraverso la finestra della libertà – furono fatti fuggire tra le montagne dove rimasero nascosti per un certo periodo. Fu positivo, in questo frangente, il ruolo svolto dal comandante del corpo di guardia, Mariano Acone. Purtroppo, le Forze Alleate – nel tentativo di eliminare alcune sacche di resistenza – colpirono il centro abitato che subì due pesanti bombardamenti nei quali, investiti dal fuoco amico, morirono tra i cento e i duecento civili, molti dei quali “sfollati”. «Qui – scrive il vescovo il 23 novembre 1943 – avemmo cinque incursioni, di cui una anche al seminario estivo in Santa Maria in Avigliano, e almeno 132 morti e molti danni. Tutto sommato, possiamo ringraziare Dio, perché poteva capitarci molto peggio».

L’evento – “tra rovine e pericoli” – è trattato anche in una Lettera Pastorale dell’8 dicembre pubblicata in volume nel 2014. Dopo la liberazione, gli Alleati rimasero a Campagna fino all’autunno del 1944: in particolare il 24 marzo di quell’anno, il Comando della Campania chiese la derequisizione dell’ex Convento dell’Immacolata Concezione e di due Scuole. «Dopo 5 minuti di viaggio – scrive il profugo Meir Artom a suo padre il 17 maggio 1944 – giungevo a Campagna, un piccolo paese; gli Alleati erano entrati alla mattina dello stesso giorno e già stavano distribuendo viveri alla popolazione affamata dai tedeschi. […] La mattina dopo ripresi con i miei compagni il cammino [verso Palermo] con un bel paio di scarpe nuove». Il comune di Campagna nel 2007 è stato insignito della medaglia d’oro al Merito Civile con la seguente motivazione: «La popolazione di Campagna, sfidando i divieti e le minacce di punizione e rappresaglia e dando testimonianza di elevati sentimenti di solidarietà e fratellanza umana, si adoperò per alleviare le sofferenze, dare ospitalità e, talvolta, favorire la fuga degli ebrei internati nel campo di concentramento ubicato in quel Comune. Mirabile esempio di eccezionale abnegazione ed elette virtù civili. 1940-1943». Ma Campagna, tra guerra e dopoguerra, non è soltanto una città reale; è anche – e non per colpa sua – una città surreale che, pur esistendo, supera il razionale. Questo dato di fatto emerge da una mostra documentaria organizzata dall’Archivio di Stato di Salerno per la Giornata della Memoria 2015. «E dalla lettura delle carte – come ha sottolineato nel testo scritto in occasione dell’evento Renato Dentoni Litta – emerge un quadro positivo della vita del campo che, più che un lager, appare come un rifugio». «La documentazione proveniente dalla Questura [che è la fonte di approvvigionamento] – continua Eugenia Granito – aggiunge un nuovo tassello alla ricostruzione delle tragiche vicende della persecuzione contro gli ebrei».
Il 18 luglio 1953 – ci ricorda l’Archivio di Stato – il Ministero dell’Interno chiede alla Prefettura di Salerno, su richiesta della fondazione Bund für Freiheit und Recht, incaricata di risarcire le vittime delle persecuzioni, «di conoscere con la massima urgenza se nella località di Campagna siano esistiti campi di concentramento e se in essi sono state detenute persone di nazionalità germanica e perseguitati politici, razziali o religiosi». La Compagnia dei Carabinieri di Eboli (competente per territorio) il 4 agosto fa sapere che «dal 1935 [impossibile!] al 1943 in Campagna è esistito un campo di internati per perseguitati politici e che in esso vi erano numerosi internati di diverse nazionalità compresa quella germanica». Il Prefetto immediatamente, dopo soli tre giorni, comunica la notizia al Ministero sottolineando che «all’atto dello scioglimento del campo non rimase alcun ufficio stralcio ed il relativo carteggio andò distrutto». A Roma e a Salerno, evidentemente, non sapevano che, di questa storia, erano i legittimi proprietari. Passa un anno e ci si mette pure il governo austriaco: il 9 settembre 1954, l’Ambasciata d’Austria chiede al Ministero degli Affari Esteri «se, durante l’ultima guerra, esistessero a Campagna campi di concentramento per l’internamento di persone perseguitate per motivi politici o razziali». Sul tema, c’era diversità di vedute: alcuni cittadini austriaci affermavano che nella località predetta esisteva un campo di concentramento mentre il comune di Campagna – evidentemente interpellato – aveva fatto sapere che «durante la guerra solo internati civili sarebbero stati colà trattenuti». L’Ambasciata poi «prega di volerle far conoscere di quale natura il campo di concentramento – se effettivamente esistito – e per quanto tempo fu mantenuto in efficienza, nonché, in particolare, se esso fosse soggetto a direzione italiana o germanica». A questo punto la Questura di Salerno – si presume insoddisfatta della risposta – interessa di nuovo i Carabinieri che il 16 ottobre così rispondono: «Effettivamente nei mesi di marzo o aprile 1940, in un fabbricato sito alla località Concezione di Campagna, affluirono circa 150 stranieri internati. Negli ultimi periodi del 1943, detti internati furono spostati in un altro fabbricato, in località San Giacomo [in realtà San Bartolomeo!]. Verso la metà di settembre 1943, poiché i tedeschi volevano fucilare gli internati, gli stessi furono messi in libertà dal personale italiano preposto alla loro vigilanza. Gli internati erano tutti civili e la maggior parte di razza ebraica». Per chiudere, non sappiamo cosa abbia scritto la Prefettura di Salerno al Ministero dell’Interno: sappiamo invece cosa ha scritto il 24 ottobre 1954 la Prefettura di Lecce (interpellata per avere notizie sul campo di Manfredonia): «Si comunica che, dal 1940 al 1943, è esistito, nei pressi della stazione ferroviaria di Manfredonia, in località denominata “Manfredonia Campagna”, un campo di concentramento ». Un gran bel pasticcio che fa diventare tutt’uno Manfredonia e Campagna! Per l’Austria può bastare. Passa un altro anno e la storia si ripete, questa volta con l’Ambasciata di Germania. Riprende la trafila e, a domanda, rispondono: il Ministero, la Prefettura, la Questura e i Carabinieri che, tutti, avevano dimenticato più o meno tutto. Il 30 aprile 1955 il Ministero dell’Interno, che non può non sapere (perché ha tutte le carte), chiede al Questore di Salerno di «voler cortesemente comunicare se a Campagna si trovano dei campi di concentramento di cui, durante la guerra, si avvalevano autorità italiane e germaniche per internamenti». Fa eco ancora una volta, qualche giorno dopo, l’Arma: «nel Comune di Campagna, durante la guerra, non vi sono stati campi di concentramento. Dal giugno 1940 al settembre 1943 in due fabbricati furono internati circa 700 civili di razza ebraica di diverse nazionalità. […] Ai medesimi veniva usato un discreto trattamento. […]». Il 17 maggio 1955 la Questura di Salerno comunica al Ministero dell’Interno che «nel Comune di Campagna, durante la guerra, non vi sono stati campi di concentramento. Dal giugno 1940 al settembre 1943 furono internati in due fabbricati, siti nella località Concezione [in realtà si tratta di due luoghi opposti], circa 700 civili di razza ebraica, di diverse nazionalità». Il giorno successivo la Questura scrive al Ministero e chiude la pratica. La replica del Questore evidentemente viene ritenuta debole e il 21 settembre il Ministero, su impulso della Farnesina, scrive con forza al Prefetto: «Il Tribunale di Karlsruhe desidererebbe che venisse accertato d’ufficio quale categorie di persone erano immesse nel campo di concentramento di Campagna presso Salerno, se l’allora governo nazionalsocialista contribuì in qualche modo alla istituzione del campo e se le condizioni di esso erano simili a quelle dei campi di concentramento (evidentemente nazisti)». Il Tribunale, con l’occasione, fornisce la definizione (tedesca) di campo di concentramento e ne chiede una lettura autentica: «[…] se era cintato e sorvegliato da personale armato e se agli internati, pena gravi sanzioni, era proibito uscirne anche soltanto provvisoriamente». I Carabinieri – cui spettava l’onere della prova – fanno sapere: «Nel campo di concentramento di Campagna, nel 1940-1941, vi erano degli internati confinati per motivi razziali. La maggior parte di essi erano di nazionalità polacca, francese, italiana e qualche tedesco, tutti di razza ebraica. Il suddetto campo fu istituito dal governo fascista e gli internati erano accasermati. Rispondevano all’appello una o due volte al giorno e la sera andavano in libera uscita [in realtà soltanto il pomeriggio, qualche ora, particolare questo che a suo tempo turbò tantissimi sonni perché quello della libertà dei rinchiusi, vera o presunta, era un incubo del Regime che li voleva tutti sotto chiave]. Il campo non era recintato. Alla sorveglianza degli internati provvedeva un nucleo di guardie di Polizia di Stato ed una pattuglia di Carabinieri». Qui si ferma il catalogo della documentazione “esterna” (cioè con le istituzioni) dell’Archivio di Stato e non sappiamo come andò a finire con l’Ambasciata di Germania. Abbiamo la conferma però che Campagna era un campo di concentramento italiano e che a San Bartolomeo e all’Immacolata Concezione, dal 1940 al 1943, era stato abrogato lo Statuto del Regno laddove c’era scritto che «La libertà individuale è guarentita». Non è tutto, perché la mostra è ricca di atti “interni” al campo, che descrivono la vita di tutti i giorni, fatta anche di cose piccole e piccolissime. Ad esempio, c’è un fitto carteggio – probabilmente il più singolare – avente per oggetto “richiesta di suola per le scarpe per gli internati” e così via per trentanove mesi.
Spunti interessanti del dopo 8 settembre 1943 si trovano anche tra la documentazione pubblicata da don Franco Celletta nel n. 2 dei Quaderni Città di Campagna. Merita di ricordare, fuori sacco, che fa parte della documentazione della Mostra anche una lettera del 20 giugno 1952 con la quale l’Intendenza di Finanza, dopo quasi dieci anni, chiede alla Prefettura, che a sua volta chiede alla Questura, che a sua volta lo chiederà a un Commissario di pubblica sicurezza, notizie «in merito alle somministrazioni in contanti effettuate direttamente dagli ufficiali alleati al campo di internamento di Campagna». Come a dire, la forma innanzi tutto e meglio tardi che mai.
Per consolazione, ancora nel 1989 – come ci ricorda Carlo Spartaco Capogreco – «in nessuna parte d’Italia si sapeva più di tanto, all’epoca, dei campi di concentramento istituiti dal governo fascista, all’entrata nella seconda guerra mondiale ». Anche questo è Bel Paese.

ATTO II
La liberazione, la Segreteria di Stato e Monsignore.

Il pomeriggio del 27 novembre 1940, dal suo studio di Palermo, Alessandro Hoffmann, “devotissimo”, scrive a mano su un foglio a quadretti a Sua Eccellenza il Signor Vescovo di Campagna: «Monsignore, essendo stato liberato e trovandomi nuovamente a casa mia, mi affretto a presentarVi i miei ringraziamenti più sentiti e quelli di mia moglie per l’assistenza accordatami da Voi. Non dimenticherò la Vostra bontà che soltanto Iddio potrà compensarvi. Con i miei più devoti saluti e quelli di mia moglie, mi rassegno». Cinque giorni dopo, il 2 dicembre, il Vescovo di Campagna, diocesi autonoma dal 1921 al 1986, Frate Giuseppe Maria Palatucci dei Frati Minori Conventuali, risponde su carta intestata ad Alessandro: «Con sincero piacere ho appreso che siete stato liberato dal concentramento e che siete tornato in seno alla Vostra famiglia e prego il Signore che Vi conceda la grazia della massima pace. E poi, ora che, a mente calma, potete meglio considerare le cose, Vi esorto vivamente ad abbracciare la religione cattolica, affinché sia nella Vostra casa l’unità dello spirito religioso, e nella pratica della religione cattolica possiate trovare tutta la gioia che il Signore dà ai Suoi servi sulla terra. Vi fo questa esortazione non perché io sono Vescovo e ci tenga ad attirarvi alla nostra santa religione, ma come studioso che conosce molto bene la questione ebraica e la soluzione che Nostro Signore Gesù Cristo venne a dare al Vecchio Testamento dei vostri Padri. Pensateci bene, fatevi istruire da qualche buon sacerdote che costà non manca e battezzatevi al più presto, e sarete felice in terra e molto più felice nell’eternità. Da parte mia sono lietissimo di aver concorso alla vostra liberazione, poiché scrissi a quell’amico ancora una volta per Voi, dopo che venne vostra moglie a Campagna, e la notizia della vostra liberazione già l’avevo avuta dal Vaticano [queste ultime parole, non comprese nella minuta di cui siamo anche in possesso, sono state aggiunte a mano]. Vi saluto e benedico con tutti di famiglia, con l’augurio che presto mi possiate mandare la bella notizia che sarete diventato cattolico. Affezionatissimo nel Signore Gesù Cristo». In concreto, il 20 novembre 1940 il Ministero dell’Interno aveva comunicato al cardinale Luigi Maglione, Segretario di Stato di Sua Santità, che «il provvedimento dell’internamento del suddito tedesco Alessandro Hoffmann fu Enrico nel campo di concentramento di Campagna è stato revocato» e che «il predetto, pertanto, potrà fare ritorno a Palermo, suo comune di residenza». Sua Eminenza, immediatamente, ne diede notizia a monsignor Palatucci, sottolineando che «i passi compiuti dalla Segreteria di Stato in favore di Alessandro Hoffmann hanno avuto felice esito. È stato, invero, revocato il provvedimento dell’internamento del suddetto Signore, come Ella potrà rilevare dall’acclusa copia della relativa risposta qui pervenuta». Alessandro quindi è libero e, se è libero, lo deve all’intervento della Chiesa. La notizia, di persé, è piccola – la libertà di un uomo tra alcune migliaia di uomini – ma, inserita in un contesto territoriale, quello del campo di concentramento di Campagna, e in un clima fiduciario, il rapporto funzionale tra un Vescovo e la Santa Sede, diventa grande e apre uno squarcio di sicuro interesse su un tema complesso qual è quello delle scelte politiche della Città del Vaticano compiute durante gli anni 1938-1945.
Campagna e il suo Pastore pertanto sono un capitolo di una storia forse in parte ancora da scrivere. Qui si intersecano due livelli, uno particolare (come aiutare Alessandro Hoffmann, uno dei tanti ebrei stranieri, non profughi o profughi, internati a partire dal secondo semestre del 1940) e uno più generale (come alleviare la pena all’interno di uno dei campi di concentramento italiani). Monsignor Palatucci si pone tutti e due i problemi e, per affrontarli e nei limiti del possibile risolverli – non dimentichiamo che l’umanità è in tempi bui – costruisce con intelligenza quello che in politica una volta si chiamava un “grande gioco”. Parliamo del primo livello, del quale – grazie a Michele Aiello, appassionato presidente del Comitato Giovanni Palatucci di Campagna – abbiamo le carte custodite nella Biblioteca “Landolfo Caracciolo”, che contiene ben organizzato l’Archivio Palatucci.
Alessandro, nel mese di agosto, va a trovare il Vescovo – che nota in lui una «rettitudine non comune» e una «sincerità schietta» – e chiede di «essere riunito alla moglie in qualunque concentramento gli venga assegnato, anche la stessa città di Campagna». Monsignor Palatucci, che dà udienza al Seminario Diocesano di S. Spirito rimane colpito dal colloquio – chi gli sta di fronte ha infatti una personalità molto forte – e il 30 agosto scrive al Segretario di Stato di Sua Santità, cardinale Luigi Maglione, per chiedergli tre grazie, la terza è per Alessandro. «Un terzo internato, Alessandro Hoffmann, di anni 58, ebreo tedesco, residente a Palermo da 26 anni, con la moglie italiana e cattolica e con un figlio pure cattolico (attualmente sergente al 12° artiglieria a Palermo), è venuto a pregarmi vivissimamente. […] E io che ho notato in quest’uomo una rettitudine non comune e una sincerità schietta, prego l’Eminenza Vostra di ottenere anche questa grazia». Dalla Città del Vaticano, Sua Eminenza, il 20 settembre, gli risponde che «pur senza nutrire molte speranze di riuscita, questa Segreteria non ha mancato di segnalare il caso Hoffmann ad autorevole persona pregandola di compiere presso le Autorità competenti dei passi nel senso desiderato ». L’autorevole persona che fa da tramite tra la Santa Sede e il governo italiano è, come abbiamo già appreso, il famoso sacerdote Pietro Tacchi Venturi. Consiglia anche ad Alessandro di «presentare regolare domanda presso il Ministero dell’Interno» (cosa, quest’ultima, che aveva già fatto il 2 dello stesso mese e che Palatucci con un’altra missiva si affretta a comunicare)1. Passa poco tempo e il 30 settembre la stessa Segreteria invia a Palatucci un appunto con la risposta che, al riguardo, è pervenuta (si presume dal Ministero dell’Interno): «L’ebreo tedesco Alessandro Hoffmann sarà trasferito da Campagna a Ferramonti di Tarsia, in provincia di Cosenza, dove sono in corso fabbriche di alloggi per famiglie; ciò che gli permetterà di farsi raggiungere dalla moglie e altri famigliari se li ha». Nei giorni che intercorrono tra le due lettere si verifica un fatto importante: la moglie Olga, il 23 settembre, è a Roma dove viene ricevuta dal commendator Epifanio Pennetta, direttore generale degli Affari Generali e Riservati del Ministero dell’Interno (insomma, il capo dell’Ufficio Internati). Una vera e propria autorità, al quale in precedenza aveva già inviato una missiva. A Pennetta, famoso poliziotto – che è poi uno dei “Presidenti della Razza” dei quali la moglie scriveva al marito in una cartolina postale –, porta una breve istanza, senza data, scritta con il cuore e con il richiamo al valore più grande, la famiglia. Porta anche tre attenuanti: Alessandro era residente nel Regno anteriormente al 1° gennaio 1919, era coniugato con una cittadina italiana e – particolare quest’ultimo sul quale tutti insistevano con enfasi – aveva un figlio cittadino italiano, considerato dalla legge non ebreo, soggetto a obblighi militari. La breve istanza («vengo a pregarvi di persona per esporvi a voce qualche particolare»), ovviamente, era stata fatta precedere dalla lettera ufficiale e dalla relativa documentazione. Subito dopo aver parlato con l’alto dirigente, regolarmente autorizzata, si reca a Campagna per rivedere il marito. Le informazioni sul viaggio – anche gli orari dei treni – sono tutte in due brevi cartoline del figlio a suo padre. Ma come è possibile che una delle quattromila mogli e madri di internati, da sola, priva di un sistema di relazioni significativo, possa ottenere udienza da uno dei vertici della burocrazia italiana? Non lo sappiamo, sappiamo però dall’ultima lettera del Vescovo ad Alessandro che lo stesso Vescovo giocò un ruolo importante: «scrissi a quell’amico ancora una volta per voi, dopo che venne vostra moglie a Campagna».

E l’amico di monsignor Giuseppe Maria Palatucci – al quale peraltro aveva rivolto più di un sollecito («ancora una volta») – era per l’appunto il dottor Epifanio Pennetta, quasi un compaesano visto che tutti e due erano nati in Irpinia, provincia di Avellino. Si conoscevano bene e, come testimonia la fitta corrispondenza contenuta negli archivi, nei limiti del possibile – un possibile però quanto mai complesso e aleatorio – collaboravano. Non è un caso pertanto che la letterina di Olga, poco più di un appunto scritto a macchina consegnato a mano, si trovi anche nell’archivio Palatucci. Lo storico Giovanni Preziosi (omonimo di un famigerato personaggio del Regime) parla, a quest’ultimo proposito, di «stima e tacita collaborazione delle autorità». Trascorre quasi un mese ma non accade nulla, Alessandro incomincia a dare segni di forte agitazione al punto che i compagni si preoccupano (di questo stato di salute troviamo riscontro anche nella corrispondenza del Vescovo, «i medici del concentramento temono […]», e in quella tra moglie e marito, «ti prego di essere tranquillo»). Il 22 ottobre Palatucci, che evidentemente seguiva la situazione con grande attenzione, riscrive alla Segreteria di Stato che, a giro di posta, gli risponde il giorno 30 facendo presente che «le Autorità hanno comunicato di essere benevolmente interessate» e gli allegano l’appunto, i cui contenuti erano ben noti, relativo al trasferimento a Ferramonti, famiglia compresa.
Il 31 ottobre il Vescovo, persona di straordinaria solerzia, invia alla Segreteria una quarta nota di sollecito. Il ritardo nel trasferimento – che alla fine si rivelerà una fortuna – è dovuto al fatto che le strutture – cioè le baracche, come appare dal linguaggio ermetico del funzionario di turno («sono in corso fabbriche di alloggi») – non erano ancora pronte. Il 20 novembre 1940 il suddito tedesco (particolare questo di grande interesse) Alessandro Hoffmann, come ormai sappiamo, viene prosciolto e ritorna a casa. Una mente raffinata, che ringraziamo a nome di tutti, avrebbe scritto nel provvedimento “suddito tedesco” (quindi uno status giuridico indolore, di quelli che non danno nell’occhio) e non invece “ebreo straniero” (che era molto più pesante). La rete realizzata da monsignor Palatucci con la Segreteria di Stato e con il Ministero dell’Interno, questa volta, ha funzionato. Quella sera, due uomini che non si conoscevano ma i cui nomi erano sullo stesso atto – l’uno accanto alla parola “oggetto”, l’altro sotto quella “firmato” – il dottor Carmine Senise e il signor Alessandro Hoffmann, l’uno al Palazzo del Viminale e l’altro alla Caserma San Bartolomeo, brindarono alla lieta novella. Senise, che qualche ora prima aveva sottoscritto l’ordine di proscioglimento, era stato nominato capo della polizia, mentre Alessandro poteva ritornare a casa. Quel mercoledì resterà impresso nella loro vita. Due uomini di una forza morale e fisica non comune2. Miracolo a Campagna? «Sant’Agostino – dice il teologo Tullio Di Fiore, al quale abbiamo chiesto di riflettere sul tema – ci viene in soccorso con una splendida definizione: “chiamo miracolo tutto quello che, essendo difficile e insolito, supera l’attesa e il potere dello spettatore, che per questo se ne stupisce” e nella vicenda del nostro protagonista questi ingredienti ci sono tutti. La vicenda di Alessandro è difficile e nella sua soluzione (la liberazione) è insolita da risolvere (gli ebrei, in numeri che conosciamo, erano destinati ai campi di concentramento): il risultato però supera l’attesa dei protagonisti della vicenda, che si impegnano (tra tutti Palatucci e la Segreteria di Stato) con ogni mezzo per tirare fuori da lì Alessandro facendo ricorso a ogni espediente e amicizia».
Lo studioso Augusto Petito, curatore della Biblioteca “Caracciolo”, al quale mi ero rivolto per alcune informazioni, dopo avermi ricostruito in sintesi il percorso dall’internamento alla liberazione, mi ha chiesto se l’invito di monsignor Palatucci di conversione al cattolicesimo (peraltro non dovuto al fatto che la Chiesa lo avesse aiutato) fosse stato accolto o se Alessandro Hoffmann fosse rimasto di fede ebraica. Alessandro era, prima dell’esperienza del campo di concentramento (così hanno scritto di lui), un «ebreo mediamente osservante», mentre il nonno che abbiamo conosciuto noi nipoti era un personaggio complesso, laico, tollerante e sensibile ai valori democratici.Personalmente, non ho mai avuto la sensazione che credesse in una fede religiosa piuttosto che in un’altra. Sicuramente, l’esperienza di Campagna e l’amicizia con Palatucci – perché tale essa fu – lasciarono una traccia ben precisa: fino a che punto questa traccia raggiunse la testa e il cuore per concentrarsi sull’anima, tuttavia, non sono in grado di rispondere. È possibile che si sia convertito a metà e sia diventato quindi un ebreo emancipato, un ebreo cioè con una vita religiosa ridotta.

Don Franco Celletta, che ha curato la “Corrispondenza a pro degli Internati tra mons. G.B. Montini e mons. G.M. Palatucci”, riporta alcuni brani di appunti tratti da un “quaderno” di Palatucci. Tra questi, scritto il 30 agosto 1940, un puntuale riferimento ad Alessandro Hoffmann e a sua moglie Olga. Di Alessandro si ricorda anche Nazareno Giusti in un suo libro su Giovanni Palatucci. Il vescovo Palatucci è stato insignito dalla Repubblica Italiana della medaglia d’oro al Merito Civile alla memoria «per l’assistenza morale e materiale degli ebrei internati a Campagna». Fece fronte a una vera e propria massa di richieste (la media stimata è di 369 internati, tutti con problemi da risolvere) e, per tamponare le emergenze, ebbe bisogno di risorse: «si trovano a Campagna – scriverà direttamente a Pio XII l’8 novembre 1940 – alcune centinaia di internati e sono per lo più di razza ebraica. Molti di essi o erano già poveri o, peggio, da gran signori son diventati grandi poveri, molti sono anche malati e tutti ricorrono a me per aiuti. […] Non posso assolutamente esimermi dall’ascoltare e accontentare questi internati, molti dei quali oggi sono gettati in miseria a vivere con le 6.50 che dà ad essi il Governo. Io sono povero francescano di una povera Diocesi […]». Apre così un canale con la Segreteria di Stato di Sua Santità retta dal cardinale Luigi Maglione e dai due sostituti Giovan Battista Montini e Domenico Tardini. La risposta è sempre tempestiva e da ottobre 1940 a luglio 1942 (gli unici mesi di cui siamo a conoscenza) Palatucci riceve cinque aiuti per complessive 26.000 lire: si tratta di cifre non particolarmente alte per i tempi ma significative che, come il Vescovo dichiarerà nel 1953 in Israele, ammonteranno alla fine, tutto compreso, a una somma di circa 100.000 lire, grosso modo due terzi propri e un terzo dal Vaticano.
Ricordiamo che nel 1940 il governo dava a ciascun internato bisognoso, su indicazione della Prefettura, un sussidio giornaliero di lire 6.50 portato successivamente a 8.00. Il potere d’acquisto, in ogni caso, era molto più alto di quello odierno, cioè con la stessa cifra si potevano comprare molte più cose. Proprio in quegli anni Alberto Mazzi, con l’orchestra di Pippo Barzizza, cantava “Se potessi avere mille lire al mese”. Più terra terra, il listino prezzi della cantina (si chiamava così) del Regio Campo di Concentramento era di lire 1.00 per la minestra, 1.80 per la polpetta con contorno, 0.60 per l’insalata e così di seguito. In molti Campi, per lo spaccio, si batteva moneta e circolavano “Buoni per L. 1”.
È interessante sottolineare che le direttive del Papa sono chiare e giungono al palazzo vescovile di Campagna il 2 ottobre 1940 tramite il Segretario di Stato: «in omaggio all’intenzione degli offerenti, l’Augusto Pontefice mi ha pure incaricato di farle noto che questo denaro è preferibilmente destinato a chi soffre per ragioni di razza». Le istruzioni per distribuire gli aiuti tra gli internati vengono date invece da monsignor Giovan Battista Montini, che gestisce tutta la materia per conto della Santa Sede. In particolare lo stesso Montini, il 29 novembre 1940, prega il Vescovo «di voler inviare a suo tempo una esatta per quanto sommaria relazione dell’impiego di questo denaro» mentre, il 1° maggio 1941, gli fa presente che «il Santo Padre affida alla carità e alla prudenza dell’Eccellenza Vostra la distribuzione di quei soccorsi che, a suo giudizio, sembrano più urgenti». È interessante, qui, il richiamo alla prudenza. Il 22 luglio 1942 infine Sua Eccellenza “anticipa il tempo” («mi trovo ad aver dato ben ottomila lire in più di quelle che ho ricevuto») e riceve la seguente risposta, di lieve rimprovero: «Pur non sembrando del tutto facile la presentazione di una domanda, relativa a un sussidio, non autorizzato, ma già distribuito […]». Giuseppe Maria Palatucci – ci ricorda Valeria Verrastro, direttrice dell’Archivio di Stato di Potenza – si interessò anche di Oliviero Hoffmann, austriaco (soltanto omonimo di Alessandro), e di sua moglie Paola che, chissà come, erano arrivati a lui: lo fece con una lettera del 20 dicembre 1940 indirizzata a mons. Augusto Bertazzoni, vescovo di Potenza e Servo di Dio, figura mitica: «E poi vi raccomando vivamente Oliviero e Paola, attualmente internati a Tolve [in Basilicata], letteralmente disperati, in miseria morale e materiale, e so che hanno manifestato pensieri di suicidio. […] Ma come faccio a contentare i lontani se non ne ho abbastanza da contentare quelli che ho qui e che hanno pure tanto bisogno?». La Segreteria di Stato non è la sola via percorsa dal vescovo: Palatucci, ad esempio, è in contatto con sua altezza Aimone di Savoia Aosta, terzo in linea di successione, figura eccezionale, che aveva conosciuto a Campagna dove ogni anno, nel mese di settembre, si svolgevano le esercitazioni degli allievi ufficiali del Regio Esercito.
Il vescovo, altresì, dialoga anche con il nunzio apostolico in Italia monsignor Francesco Borgongini Duca, rappresentante diplomatico della Santa Sede, periodicamente inviato dal Papa in visita nei campi di concentramento e figura di rilievo.
«Queste visite – scrive il Museo Virtuale Ferramonti – aprirono una nuova stagione di rapporti di collaborazione e soccorso tra cattolici ed ebrei. Con tali visite, inoltre, il Vaticano mostrò chiaramente la sua posizione nei confronti della persecuzione razziale e partecipò attivamente nel sostegno morale ed economico degli internati». Il nunzio, il 19 febbraio 1942, fa presente a Palatucci: «La pregherei, qualora si presentasse qualche caso degno di speciale commiserazione, di segnalarmelo con le opportune informazioni […] ed io farò del mio meglio». Significa che aiutò in concreto. A questo proposito va ricordato come Borgongini Duca fosse stato definito da monsignor Luigi Maglione «il tramite abituale della carità del Papa per ciò che riguarda gli internati». Ed era molto intenso infine, sempre tramite la Città del Vaticano, l’invio di istanze ai rappresentanti della Santa Sede all’Estero o agli arcivescovi delle grandi città non ostili. La Chiesa quindi, come ci insegna il caso Campagna, che fa storia, prestò aiuto attivo agli ebrei.

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