Tesi di Laurea – Corbisiero

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Storia e memoria dell’internamento ebraico in Campania durante la Seconda Guerra mondiale:

“Il campo di concentramento di Campagna,,


di di Fabio Corbisiero.

Nonostante la enorme messe di interpretazioni, di teorie e di saggi che è stata fornita sulla Shoah - praticamente da ogni angolazione critica - dall’analisi storica, sociologica, filosofica, nonché da un’articolata corrente interpretativa d’ispirazione religiosa, tale tematica stenta ancora a raggiungere nel nostro Paese un quadro d’insieme compiuto o, quantomeno, più particolareggiato.
Fare la storia della memoria della Shoah in Italia significa, infatti, confrontarsi con un fenomeno che si è evoluto in maniera dissimile e non omogenea lungo il corso della Seconda Guerra mondiale, inducendo meccanismi diversi di costruzione dei ricordi tra nord e sud del Paese ed una diversa politica della memoria attorno al tema . La storia dell’internamento degli ebrei nel meridione d’Italia, infatti, è stata per lunghi decenni dopo la fine dell’ultimo conflitto mondiale quasi completamente obnubilata sia da fattori extranazionali, come il più cospicuo numero di deportati e le tragiche modalità d’internamento nei campi di concentramento nazisti, sia da fattori nazionali, come la maggiore diffusione demografica degli ebrei nel Nord, di contro all’esiguità numerica nel Sud, e le loro amare vicende durante la Repubblica di Salò.
Così, per quasi cinquant’anni dalla fine della guerra, la ricostruzione storica dell’internamento ebraico e la sua rappresentazione sociale si è focalizzata decisamente sulla deportazione nei lager nazisti e l’annientamento dei ghetti e delle comunità repubblichine, lasciando cadere nell’oblio l’altra modalità di persecuzione, sia pure meno drammatica, del confino o dell’internamento nei campi di concentramento fascisti nei paesi dell’Italia meridionale.
Tranne, infatti, l’esigua letteratura storica sul campo d’internamento di Ferramonti di Tarsia, in Calabria – polo propulsore dello sviluppo scientifico sul tema - la latitanza storiografica per quanto concerne gli altri campi del Sud è ancora parecchio evidente. In questo caso, infatti, l’intreccio dialettico fra storia e memoria continua ad essere allo stato embrionale: l’impetuosità con la quale organismi di comunità come il CDEC o locali amministrazioni comunali hanno stimolato le memorie locali del Nord Italia, dove le ricerche – avviate già da lunghi anni – hanno portato allo sviluppo di una copiosa memorialistica al riguardo, non ha investito il Mezzogiorno, dove i convulsi avvicendamenti politici e la maggior attenzione prestata ad eventi bellici nostrani – come il tema dei bombardamenti, del contrabbando o degli sfollati – hanno fortemente contribuito alla situazione di impasse in cui ancora versano le ricerche sull’internamento degli ebrei nell’Italia meridionale.
In tal senso, la memoria dell’internamento ebraico in Campania resta sostanzialmente estranea sia al corpus della storia contemporanea italiana sia, indubbiamente, a quello della storia della Shoah; una memoria marginale, minuta, tenacemente ammantata da quadri storici di riferimento più ridondanti e sussunta da un pathos che ha poco spazio ha lasciato alla rappresentazione sociale delle memorie senza sangue. La presunta incomparabilità dell’universo concentrazionario nazista, infatti, ha fortemente inibito la memoria e la storia del cosiddetto internamento normale attuato nell’Italia meridionale e nelle province campane, relativizzando le “specificità” del fenomeno persecutorio fascista e attenuando l’interesse sul tema, tale che la situazione attuale più palmare, per quanto concerne l’area campana, è il senso di estraneità verso queste vicende e l’esiguità della letteratura scientifica a riguardo.
Un tentativo di analisi in una direzione che, ritengo, possa offrire motivi di nuovo interesse per l’argomento può essere individuata nella storia del campo di concentramento di Campagna, in provincia di Salerno, che va ragionevolmente considerato come un caso paradigmatico delle vicende ebraiche in Campania durante la Seconda Guerra mondiale oltre che un iter da seguire per reinterpretare il processo di elaborazione della memoria storica della Shoah in Italia e i suoi differenti percorsi, individuali e collettivi, privati e pubblici, attraverso i quali essa è passata (o non è passata).

L’internamento civile in Campania: il campo di concentramento di Campagna

Al fine di rendere più agevole e celere il compito degli ispettori della PS incaricati dei sopralluoghi nelle località destinate ad accogliere gli internati, il Ministero dell’Interno stabilì fin dai primi mesi del 1940 la ripartizione dei territori italiani in cinque macrozone giurisdizionali, le quali includevano sia le località che avrebbero dovuto alloggiare i campi di concentramento sia le località d’internamento libero, ognuna delle quali venne affidata ad uno o più commissari di polizia.
Le due uniche zone campane che albergarono i campi di concentramento, le province di Avellino e Salerno, furono comprese nella quarta zona assieme alle province di Napoli, località d’internamento libero, Campobasso e Frosinone. Tutta l’area fu, durante i primi anni, affidata al commissario Antonio Panariello che, appositamente richiamato in servizio per mancanza di personale, ebbe il compito di ispezionare e relazionare sulle condizioni dell’internamento, fungendo così da tramite tra le autorità locali, prefetture e questure, e le direzioni generali del Ministero dell’Interno. Le località d’internamento libero, oltre che nella provincia napoletana, si trovavano numerose soprattutto in provincia di Avellino e di Salerno, mentre nel beneventano queste iniziarono ad aumentare solo a cavallo tra il 1942 e il 1943, quando il nutrito flusso di sfollati interferì gravemente sulla distribuzione degli internati, costringendo il Ministero dell’Interno ad una loro continua ricollocazione.
Pur essendo allocati su dei versanti montuosi, i campi di concentramento campani non erano – come la maggior parte dei campi fascisti, d’altronde – troppo distanti dal centro abitato: questo in ottemperanza alle disposizioni ministeriali che prevedevano che nelle prossimità dei campi di concentramento ci dovessero essere almeno una stazione di carabinieri, un ambulatorio medico e un negozio d’alimentari, oltre ad una strada di accesso sempre praticabile a militi e internati.
Ottenuto il consenso definitivo dal Ministero dell’Interno, le singole prefetture campane poterono stipulare i contratti d’affitto con i proprietari degli edifici – comuni o singoli proprietari privati – provvedendo al riattamento strutturale e funzionale, facendo eseguire i lavori di restauro e d’arredo.
In Campania i campi di concentramento istituiti furono quattro, dei quali tre vennero collocati in provincia di Avellino, nelle località di Ariano Irpino, Monteforte Irpino e Solofra e uno soltanto nell’entroterra salernitano, nel comune di Campagna, l’unico allestito per accogliere esclusivamente ebrei profughi stranieri. Negli altri campi, infatti, vennero internati soprattutto prigionieri politici di nazionalità italiana e, comunque, gli ebrei stranieri quivi internati furono sempre in percentuale molto minore rispetto a quelli di Campagna.
Caso anomalo rappresenta, invece, il campo di concentramento di Solofra che assieme a quello di Vinchiaturo, in provincia di Campobasso, tratteggia un’altra tipologia di campo nell’universo concentrazionario fascista. La popolazione internata in quei campi, infatti, non solo fu composta esclusivamente da donne, ma i criteri d’internamento furono estremamente differenti rispetto a quelli attuati normalmente: la discriminazione avveniva, di fatti, non già secondo i canoni razziali stabiliti dalla politica fascista – razza e/o ideologia politica – ma in base alla categoria professionale di appartenenza che era praticamente identica per tutte le internate. Esse erano, infatti, tutte prostitute – o classificate tali dal fascismo – che, “a causa dei loro rapporti con i militari”, venivano definite dal regime pericolose e per tale ragione arrestate e tradotte in campi di concentramento appositamente allestiti.
Tra tutti i campi di concentramento istituiti in Campania a partire dal 1940, il più ragguardevole fu, comunque, quello di Campagna, comune dell’entroterra salernitano di circa 11.000 abitanti, situato a 270 metri slm in una gola dei monti Picentini e quindi con una cornice morfologica parecchio adatta alle esigenze d’internamento. Su proposta del prefetto di Salerno al Ministero dell’Interno, il comune di Campagna venne prescelto, già a partire dai primi giorni di settembre del 1939, per “istituzione colonia confinati comuni” disponendo di “due caserme vuote attrezzabili per circa 900 posti”. Gli edifici requisiti, due ex conventi già utilizzati nel periodo autunnale come caserma dagli Allievi Ufficiali per le esercitazioni da tiro, erano collocati lungo l’unica via d’accesso al paese, uno all’entrata e l’altro all’uscita, in maniera tale da offrire non solo una sorveglianza più agevole ma, soprattutto, un forte deterrente per eventuali fughe. Data la sicurezza logistica delle sedi individuate e l’immediata disponibilità del Comune alla locazione degli edifici, nell’inverno del 1940 il Ministero dell’Interno, dopo la favorevole relazione ispettoriale, stabilì di adibire a campo di concentramento per confinati ed internati uno dei due edifici, l’ex convento degli Osservanti, in località Concezione, in cui avrebbero dovuto essere ospitati poco più di trecento internandi, riservandosi di indicare in seguito l’allestimento anche dell’altro ex convento, quello dei Domenicani, in via San Bartolomeo, destinato poi a diventare l’unico campo di concentramento per ebrei stranieri.

Alla fine di maggio tutti e due gli edifici vennero, di fatto, riattati ed attrezzati per ospitare internandi e militi; ogni stabile prevedeva, infatti, un corpo di guardia per la sorveglianza ai prigionieri, con un alloggio per un graduato e sei Reali carabinieri, mentre il numero di internati che ciascuno avrebbe dovuto accogliere variava a seconda delle dimensioni strutturali e spaziali dello stabile stesso. Secondo le prime stime ispettoriali, il convento di via San Bartolomeo era capace di contenere circa trecentocinquanta persone, equidistribuite fra i cinque dormitori grandi e i dodici ridotti dei due piani superiori al cortile dove, invece, era stata ubicata la sala per il refettorio, adiacente alla cucina, ed alcune stanze per il personale di sorveglianza e il deposito del casermaggio. La caserma di Concezione poteva dare alloggio, invece, a non più di trecento persone, delle quali circa cinquanta nelle tre camerate ubicate al pian terreno accanto al locale adibito alla mensa; le altre duecentocinquanta nei venti dormitori ricavati dal primo piano. L’arredamento, piuttosto spartano, era comune a quello di tutti gli altri campi e richiamava fondamentalmente quello di tipo militare: ad ogni internato, infatti, veniva assegnata una branda (con un materasso di crine, un cuscino, delle lenzuola e due coperte), una sedia o uno sgabello, due asciugamani, un appendiabiti, una bacinella, qualche suppellettile (generalmente una bottiglia ed un bicchiere) che rappresentavano, teoricamente, gli unici oggetti personali di cui gli internati potevano, per regolamento, disporre personalmente. Non mancava l’impianto d’illuminazione e di riscaldamento a legna che, rispetto ad altri campi, erano abbastanza potenti da soddisfare l’intero fabbisogno della comunità. In tutti e due gli edifici erano inoltre stati ricavati dei servizi igienici annessi ai dormitori: per lunghi mesi, però, la profilassi – assieme al decoro e alla decenza delle persone costrette a servirsene – non venne salvaguardata: al fine di poter accogliere tutti gli internandi, che il Ministero dell’Interno aveva stimato essere in numero di circa seicentocinquanta unità, si cercò, almeno fino alla metà del 1941, di evitare l’ampliamento dei locali igienici con la relativa istituzione di porte, docce o vasche da bagno, ciò che avrebbe necessariamente comportato una riduzione dello spazio vitale. Per lavarsi, dunque, bisognava uscire nei cortili laddove soltanto erano stati installati alcuni rubinetti d’acqua corrente, il più delle volte fredda, oltre che periodicamente non potabile, da trasportare ai piani superiori per sciacquare i servizi o per potersi lavare all’interno degli alloggi.
A tal proposito la memoria di Horst W., uno dei primi internati a Campagna, è comune a quella degli altri internati perché qui i ricordi collettivi si associano sempre alle medesime impressioni: la scarsità d’acqua e il lavoro ingrato che tale scarsità imponeva; le latrine che bisognava necessariamente condividere; l’impudicizia e il fastidio che tale condivisione comportava; l’assenza di intimità e lo spazio esiguo delle camere non bastante neppure per il naturale dormire:
“Nel campo avevamo tutto in comune. Anche i nostri momenti più intimi, il sonno e la pipì, si dovevano condividere con gli altri. Dormivamo in quindici o sedici in una stanza e tutti dovevamo utilizzare gli stessi servizi, senza neppure una porta che ci desse almeno pochi minuti di intimità. E poi per lavarci bisognava andare nel chiostro dove c’erano tanti secchi per poterci lavare e dove l’acqua bolliva d’estate e diventava ghiaccio d’inverno. E questi secchi dovevamo portare su per sciacquare i servizi e pulire le nostre camere perché molto spesso c’era un tanfo tremendo e molto spesso ho temuto di prendere il tifo perché lì era davvero molto sporco e nei primi tempi non c’era nemmeno un gabinetto medico da cui poter andare per controllo”.
Per gli internati a Campagna, una grossa percentuale dei quali apparteneva alla categoria dei medici, la profilassi e l’assistenza medica all’interno del campo era avvertita come un bisogno primario: già da subito essi cercarono di esortare l’ispettore sanitario a relazionare sulle gravi carenze igieniche del campo, sollecitando il ripristino dei lavori di ristrutturazione dei locali ai piani superiori di entrambi gli edifici che, all’arrivo degli ebrei al paese, non erano stati ancora terminati. Tra il 1940 e il 1941 numerosi furono i rapporti inoltrati alla Direzione Generale di Pubblica Sicurezza dall’ispettore generale sulle condizioni igieniche e sanitarie del campo ma, nonostante quest’ultima avesse più volte invitato la prefettura salernitana a ridurre le carenze più gravi, la necessità di contenere i costi dell’internamento si rivelò un deterrente.
Le conseguenze di tale inoperosità furono abbastanza gravi: nell’agosto del 1940, due internati colpiti da tifo proprio a causa delle precarie condizioni profilattiche del campo, morirono dopo pochi giorni di agonia all’ospedale di Salerno. Malgrado quest’episodio, i lavori di sistemazione delle strutture igienico-sanitarie del campo furono compiuti con molto ritardo; si dovette attendere più di un anno per il completo, anche se rudimentale, allestimento del presidio medico e addirittura tre anni per l’innalzamento delle condutture idrauliche al primo piano (al secondo l’acqua non venne mai elevata). Comunque, fu senza dubbio grazie alle continue sollecitazioni degli internati medici e al senso deontologico dell’ufficiale sanitario se nel campo di concentramento di Campagna la mortalità fu circoscritta – per l’intero periodo dell’internamento – a due unici casi.

La popolazione del campo: struttura, mobilità e segregazione

Fra tutti i campi istituiti nel giugno del 1940, il campo di concentramento di Campagna rappresentò una delle poche strutture in cui la popolazione internata fu composta esclusivamente e costantemente da gruppi omogenei per razza, sesso e provenienza geografica, fino al termine dell’intero periodo di internamento. A partire dal primo anno di funzionamento, infatti, il campo di Campagna accolse solo ebrei stranieri maschi, con rare eccezioni nei primi mesi dello stesso anno quando vennero internati - in attesa di altra destinazione - anche alcuni confinati politici e un esiguo gruppo di ebrei italiani.
Le variazioni nella composizione della popolazione del campo furono, dunque, soprattutto di tipo quantitativo piuttosto che qualitativo: in media il numero di ebrei internati non superò mai le duecento unità all’anno, tranne che negli ultimi mesi del 1940 quando a Campagna si registrarono più di trecento internati. Pur essendo formata da elementi simili, anche dal punto di vista delle categorie professionali, la struttura della popolazione non rimase mai la stessa: la più parte degli ebrei stranieri internati a Campagna venivano periodicamente trasferiti altrove e la loro permanenza nel paese - con poche eccezioni – non superava l’anno. Tra il 1941 e il 1942 la mobilità degli internati fu la più alta mai registrata: molti furono i prigionieri trasferiti dal campo salernitano in un altro campo di concentramento o in un comune d’internamento libero mentre altri ottennero, addirittura, l’uscita definitiva dal Regno. Questa situazione veniva solitamente determinata dalle numerose richieste di trasferimento inoltrate dagl’internati al Ministero dell’Interno che con frequenza, soprattutto se erano addotti motivi di salute, concedeva. Un caso atipico, nella fattispecie, ma sicuramente esemplificativo delle agevolazioni concesse agli ebrei di Campagna è quello dei fratelli tedeschi Bendheim, Erich e Martin i quali, internati nel campo di concentramento di Ferramonti di Tarsia nel giugno del 1940, chiesero ed ottennero per l’anno successivo, dapprima l’internamento a Casoli, in provincia di Chieti, e subito dopo a Campagna. Sempre adducendo gravi motivi di salute e, soprattutto, grazie all’intercessione del Vescovo Palatucci, nel 1943 i due fratelli ottennero l’internamento libero a Vignanello, un comune in provincia di Viterbo che però, dichiarato zona di guerra, dopo due mesi fu fatto evacuare. Tutti gli internati, compresi naturalmente i fratelli Bendheim, vennero tradotti nel campo di Ferramonti. Pur di riallontanarsi dal clima fortemente insalubre della zona, i due fratelli chiesero – ed ancora una volta ottennero – di far ritorno al campo di concentramento di Campagna, dove rimasero fino agli ultimi mesi dell’internamento. I gravi motivi di salute addotti nascondevano il più delle volte disagi di ordine psicologico: sindromi depressive e fattori disforici aleggiavano ugualmente all’interno del campo, benché fossero modulati dalla possibilità che gli internati avevano di ricevere la visita dei propri congiunti e familiari o di uscire per lunga parte della giornata al di fuori dell’angusta struttura per recarsi nel centro del paese, di cui, però, non potevano superare i limiti stabiliti dalla autorità locali. Era soprattutto in tal modo, organizzando attività ricreative e sportive, magari con incontri settimanali di calcio, che gli ebrei a Campagna riuscivano a stemperare la monotonia dell’internamento:
“ […] si giocava anche a calcio, c’era un campo di calcio lì fuori dalla zona dove noi ebrei avevamo formato una squadra molto forte e tutte le domeniche si andava e si incontrava ogni volta una squadra diversa, spesso erano poliziotti contro di noi ”.
Inoltre, malgrado l’attività culturale fosse stata fortemente limitata dal regime fascista che cercava di ostacolare ogni forma di antipropaganda, (anche se molte manifestazioni culturali potevano ricollegarsi alla libertà di culto stabilita dal decreto d’internamento), la presenza di numerosi artisti ed intellettuali teneva costantemente elevato lo spirito della comunità; così non solo gli ebrei a Campagna riuscivano periodicamente a pubblicare un bollettino ciclostilato dal titolo Das Tagerl che commentava - in lingua ed umorismo tedesco - le novità nella vita del campo, ma addirittura potevano saltuariamente assistere a delle proiezioni cinematografiche ed organizzare piacevoli e allegre iniziative artistiche, soprattutto concerti di musica sinfonica.
Per un certo periodo, ad esempio, su invito del Vescovo, il pianista ebreo polacco Bogdan Zins (pure traduttore presso l’ufficio di direzione del campo) suonò l’organo durante la celebrazione domenicale all’interno del duomo e riuscì anche ad organizzare, insieme ad altri colleghi musicisti, una piccola orchestra nel campo che suonava motivi d’ispirazione religiosa, ebraica o anche cristiana. Il campo di concentramento di Campagna rappresentò anche uno dei rari casi in cui gli ebrei internati riuscirono - fin dal primo anno d’internamento – ad allestire una sorta di sinagoga, procurandosi rotoli della Toràh ed altre suppellettili necessarie all’addobbo della sala e alla preghiera. A loro venne addirittura riservata una zona del cimitero cittadino, anche se solo due furono le sepolture ebraiche come ci ricorda Alberto G., già allora uno dei prelati del paese, che affiancò i rabbini nella liturgia funerea:
“Due di essi morirono durante l’internamento, per natura, e fecero il funerale ebraico a cui io partecipai e, assieme ai due rabbini, recitammo il cinquantesimo salmo in latino e dicemmo poi il Miserere e il De Profundis. Camminammo dal campo fino al cimitero di Campagna. Essi furono sepolti in un angolo. Dopo, però, se li portarono in Germania, subito dopo la guerra”
Nonostante il decreto legge sull’internamento del 4 settembre 1940 stabilisse che gli internati potessero essere reclutati per eventuali lavori, tuttavia gli ebrei stranieri dovevano esserne esentati, in osservanza alla Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra. Questa normativa non venne mai totalmente applicata agli internati di Campagna, parte dei quali - regolarmente sussidiata e incentivata – lavorava sia all’interno del campo soprattutto con mansioni di pulizia e manutenzione della biblioteca e della mensa, sia al suo esterno, in fabbrica. Ma l’esercizio “clandestino” della professione era frequente principalmente tra i medici. Le gravi condizioni profilattiche in cui versava non solo il campo ma l’intera zona impedì, infatti, alle autorità locali l’applicazione del divieto di esercitare ai medici ebrei che, perciò, un grosso peso ebbero sia sul servizio sanitario del campo sia sulla sanità dell’intero paese dove particolarmente elevato era allora il rischio di tubercolosi e di altre malattie infettive. In effetti, la situazione profilattica all’esterno del fabbricato non era certamente molto migliore, come rammemora il dott. Dawid S. che ferma il suo ricordo sulla mulattiera che portava al campo di concentramento:
“ […] basti dire che spesso sulla pubblica via donne sedute davanti alla soglia di casa tenevano un bimbo inginocchiato davanti a loro col capo appoggiato in grembo e tranquillamente lo spidocchiavano […]”.

L’assistenza agli internati, infatti, pur essendo stata assegnata durante tutto il periodo dell’internamento ad un medico “ariano”, veniva costantemente coadiuvata e spesse volte delegata ai numerosi medici ebrei presenti a Campagna, coordinati dal dottor Max Tanzer, uno degli internati permanenti del campo che nel 1942 fu addirittura encomiato per la sua zelante attività. Ancora più frequentemente capitava che i medici venissero chiamati a curare i malati nel paese coadiuvando il medico condotto nel suo ambulatorio o in giro per le dimore.
Significativa la storia di Samuel C., medico polacco che prima del suo arresto operava come aiuto primario in un paese in provincia di Perugia, chiamato a collaborare appena pochi giorni dopo il suo arrivo al campo di Campagna:
“Fui proprio tra i primi malcapitati ad arrivare lì a Campagna […] Io conobbi il medico condotto di Campagna e lui spesse volte mi chiedeva di badare ad alcuni malati del paese e perciò fui anche dispensato dagli appelli al campo […] Ma come me ce n’erano tanti di medici e tutti eravamo in giro per il paese ché mancava mai di visitare qualcheduno”.
Gli internati, in effetti, secondo quanto prescritto dal regolamento generale sui campi di concentramento, avrebbero dovuto adunarsi tre volte al dì per l’appello quotidiano. In verità, a prescindere dallo status d’appartenenza, nel campo di concentramento salernitano questa norma venne applicata parzialmente (con due soli appelli) solo nel primo anno d’internamento perché la liturgia dell’appello fu successivamente ridotta al solo assembramento pomeridiano.
Circa l’opportunità di applicare in modo rigoroso le prescrizioni generali e il divieto di esercitare da parte delle autorità campagnesi ci dice, in maniera eloquente, un altro medico polacco, fra i primi internati ad “esercitare” la professione e molto probabilmente l’unico medico ad essere stato denunciato per tale motivo e trasferito, per punizione, nel campo di concentramento di Ferramonti:
“A Campagna avevano destinato due caserme per ospitare gli internati venuti da ogni parte d’Italia e vi si viveva alla meno peggio. Naturalmente non si poteva esercitare la professione, ma noi medici eravamo in una situazione speciale, perché la povertà dei cittadini, il forte numero dei malati, la scarsità dei medici italiani, la maggior parte dei quali era richiamata nell’esercito, ci inducevano a non tener conto del divieto. Le stesse autorità fingevano di non vedere e di non sapere, almeno finché non c’era una denuncia ufficiale. E anch’io esercitai la professione nel modo più primitivo possibile […] con una scarsità paurosa di medicinali, con un’igiene davvero preoccupante […] Ma non tutti erano contenti che gli internati esercitassero, anche se ciò era di vantaggio alla popolazione del luogo; una denuncia mi piovve fra capo e collo e il 10 marzo 1941 fui trasferito come punizione nel campo di Ferramonti di Tarsia in provincia di Cosenza”.

Gli Ebrei e Campagna: un approccio pragmatico

La prima colonia di ebrei giunse a Campagna il 16 giugno del 1940. L’atteggiamento verso i primi internati della popolazione locale, scevra da una precedente rappresentazione sociale, positiva o negativa, dell’ebreo e dell’ebraicità, era il prodotto di un patrimonio culturale autoctono che spingeva al riconoscimento, animato certamente anche da una forte influenza dell’autorità ecclesiastica locale, dei comuni valori di umanità calpestati dai persecutori:
“Era il ’39 […] Io ero giovane allora e io non sapevo neppure chi erano questi ebrei. Tanto è vero che quando sono arrivati questa gente loro parlavano in italiano come noi e io mi dicevo «Che significano questi ebrei?». Quello poi che cosa successe quel giorno lì, che questa gente, no, scendevano dai camion e quello che io rimasi più sbalordito è che loro erano attaccati con queste catene vicino a un’altra catena.[…] Poi scesero dai camion e io vidi un giovane come me che stava fra di loro e gli domandai:«Ma essevo fatto quacche omicidio?» e lui rispose: «Noi siamo povera gente. Noi siamo ebrei, questo è quanto». Ma io non capivo perché questi ebrei li avevano arrestati e perciò gli dissi: «Che c’entra che siete ebrei? E vi hanno attaccato di questa maniera i fascisti?». Io non riuscivo proprio a capire e poi quando mi disse che era una questione religiosa io rimasi sbalordito. Che c’entrava la religione? Ognuno deve credere quello che vuole. […] solo perché erano ebrei dovevano stare così. Io per questo rimasi scontentissimo. Che andava trovando questo fascismo?”
Il racconto di Antonio P., in quel tempo giovane falegname che operava ai lavori di rifinitura del campo e che perciò si trovò lì all’arrivo dei primi ebrei, sintetizza appieno la prima reazione dei campagnesi di fronte all’altro da sé: tolleranza e solidarietà. Troppo forte era, infatti, la discrasia tra la “rappresentazione canonica” del carcerato e la percezione di quegli internati per reagire con indifferenza o indignazione; l’ebreo a Campagna, come emerge con chiarezza dalle testimonianze, non veniva percepito come un comune delinquente bensì, al contrario, una persona degna di stima e ingiustamente detenuta in un campo di concentramento.
Chi immediatamente si prodigò per sfamare i primi arrivati aveva probabilmente intuito che è dal modo in cui si è ricevuti e accettati che dipende la possibilità di ritrovare la speranza: nonostante fosse noto l’arrivo dei prigionieri già da qualche giorno, la mensa non riuscì ad essere allestita e per numerosi giorni i primi internati dovettero provvedere direttamente al rancio; alcuni, pochi in verità, alimentandosi anche soltanto con le poche cose che vennero loro offerte dagli abitanti delle prossimità del campo.
Edda C. fu una delle prime campagnesi, assieme alla madre e alla sorella, ad aiutare gli ebrei internati e testimone della situazione a dir poco precaria nella quale gli stranieri dovettero rimanere, tra lo spaesamento e la fame, per qualche tempo:
“All’epoca, quando arrivarono i primi ebrei, [il campo] era malridotto, senza bagni, senza mangiare. Loro sono stati circa dieci o quindici giorni senza avere da mangiare, perché i fascisti non avevano fatto ancora posto per la mensa degli internati. Mi ricordo che mangiavano le mele. Sì, le mele perché doveva essere nel mese di settembre-ottobre, quando c’erano tante mele. Erano quasi abbandonati lì nel campo. Tra parentesi, qualche grande fascistone di Campagna, al passaggio di questi ebrei per le vie del paese si divertiva pure a denigrarli. Insomma nei primi tempi furono proprio trattati come delle bestie. E lì sono stati per parecchio tempo. Scendevano nel paese ma non avevano soldi. Sono stati presi in modo davvero barbaro e dunque arrivarono a Campagna svuotati di tutto, oltre che col vuoto nello stomaco. E poi pian piano la gente cominciava ad abituarsi e sempre più spesso gli dava da mangiare, non solo mele - per carità – ma li invitava anche a mangiare nelle loro case qualche cosa d’altro, pure se era severamente vietato dai fascisti”.
Questa situazione precaria venne regolarizzata solo nel mese di luglio, quando la ditta appaltatrice della mensa iniziò la distribuzione del rancio quotidiano. In realtà a partire dal settembre successivo, il direttore del campo, al fine di evitare che la mensa venisse ceduta in subaffitto agli ebrei, come – in verità – era già accaduto, e ad evitare perciò ulteriori speculazioni, decise di affidare la sua gestione agli stessi internati, distribuendo direttamente a loro i tagliandi della tessera annonaria per l’acquisto di generi alimentari e affidando la gestione permanente della mensa a un personale di servizio esclusivamente ebreo, per il quale fu successivamente richiesto ed accordato anche un incentivo economico. Ciò permise, anche negli anni successivi, non solo di abbattere i costi dell’approvvigionamento ma certamente di alimentarsi entro, se non oltre, i limiti calorici previsti dal regime alimentare di guerra. L’allestimento della mensa ed il suo mantenimento fu possibile non soltanto grazie ad una parte del sussidio giornaliero che veniva regolarmente corrisposto ad ogni internato privo di mezzi economici, ma anche alla generosità degli internati più abbienti, che nel campo di Campagna erano la maggioranza, i quali partecipavano con un’aliquota superiore alla divisione delle spese. Secondo gli studi condotti dal Voigt, l’ammontare del sussidio e il contributo per le spese d’affitto durante l’internamento libero veniva calcolato in base al reddito delle popolazioni autoctone, la maggior parte delle quali era composta da contadini e braccianti agricoli. Per lo studioso, infatti, “internati e confinati non dovevano assolutamente dare l’impressione di stare meglio della popolazione del luogo, per non suscitare scontento e invidia”.

Tuttavia tale generalizzazione non può applicarsi alla situazione dell’internamento a Campagna dove, al contrario, la presenza di internati nel paese costituì una ingente quanto inaspettata fonte di guadagno per la popolazione locale. Già duramente colpita, assieme a tutto il meridione d’Italia, da una forte riduzione del reddito globale nel decennio 1928-1938, Campagna si giovò della presenza delle centinaia di ebrei stranieri i quali non erano affatto “oggetto di invidia” ma fonte di effettivo beneficio.
Il casermaggio, il rifornimento di generi alimentari al campo, la loro vendita allo spaccio o in altri negozi del paese era affidata ad appaltatori locali nonché ai singoli commercianti o agricoltori improvvisatisi venditori. La presenza di un campo di concentramento a Campagna significò per gli abitanti del paese l’occasione per far fronte alle pesanti difficoltà economiche, rese ancora più acute dalla guerra: gli ebrei oltre ad approvvigionarsi di generi alimentari, richiedevano tutta una serie di prodotti e di servizi che esulavano dai bisogni meramente vitali, contribuendo in tal modo – sin dal primo anno d’internamento – al costituirsi di una fitta rete economica che, inizialmente tramata con l’ausilio degli stessi ebrei e la tolleranza delle autorità locali, s’infittì nel 1943 a seguito del grande afflusso di sfollati che raggiunsero il paese in quei mesi e che alimentarono ulteriormente il mercato nero.
La spinta ad effettuare vendite o acquisti vantaggiosi da parte di entrambe le comunità fu, fin dal primo anno d’internamento, molto forte data la generale penuria di beni che c’era nel paese all’epoca.. A differenza che in altre località d’internamento, dove numerose furono le lamentele o le delazioni nei confronti degli ebrei, spesso descritti come benestanti se non addirittura facoltosi, tanto da poter spendere molto di più degli abitanti del luogo, a Campagna la costruzione della socialità fu di tipo pragmatico, slegato da condizionamenti aprioristici e frutto, invece, delle quotidiane contingenze.
La memoria dei testimoni qui diventa corale e il racconto di ognuno lascia largo spazio a questo evento come nel caso di Remo T., uno dei primi agenti di PS ad essere chiamato alla sorveglianza dei prigionieri, che così ci rende questa pagina della storia del paese:
“Gli ebrei compravano sempre. Specialmente quelli ricchi mangiavano sempre nelle taverne e stavano sempre a prendere qualcosa al bar, specialmente d’inverno. Si compravano tante cose che, secondo me, quelli di Campagna non avevano mai visto tutto quel benessere. I contadini venivano fuori al campo e si vendevano soprattutto la frutta, le patate e le uova. Ma loro, mi ricordo, andavano pure a farsi fare i vestiti dal sarto del paese perché loro vestivano sempre in maniera elegante. Si vedeva che erano ebrei”.
Diversamente che in altre località campane, non si trattava di un mercato solo sussistenziale ma più dilatato: la compagine del contrabbando, infatti, non era limitata ai generi alimentari ma allargata anche a quelli voluttuari: molti erano infatti gli ebrei del campo che quotidianamente ricorrevano ai servizi di barbieri, calzolai e sarti richiedendo prodotti comunque irreperibili all’interno del campo. La costante presenza di un flusso di ebrei agiati e sussidiati, permise che si creasse una rete di reciproco vantaggio, nutrita dalla condiscendenza dei militi, tra gli autoctoni e gli stranieri che talvolta assunse anche le sembianze di un baratto: medici, insegnanti e artisti ebrei ma anche appartenenti a categorie non professionali (come studenti che s’improvvisavano traduttori) offrivano i propri servizi come merce di scambio.
Domanda e offerta non alimentarono soltanto il mercato nero ma anche quello immobiliare: nonostante il divieto stabilito dalla politica antisemita, già nei primissimi giorni d’internamento alcuni ebrei ottennero di dimorare in camere prese in affitto “per fare la fortuna di taluni qui a Campagna”. Negli anni successivi il numero di ebrei che aveva preso una camera in paese, in proporzione al numero di internati, divenne sempre più consistente, tanto che il segretario del PNF – probabilmente avvertito da una delazione – scriveva al capo della polizia: “La libertà di cui godono tali internati desta qualche preoccupazione in quanto essi sono molto a contatto con la popolazione civile; alcuni hanno perfino fittato delle camere presso famiglie ed impartiscono lezioni di lingue straniere agli studenti del luogo”.
Nonostante le frequenti ammonizioni per evitare che gli internati continuassero a dimorare al di fuori del campo, la domanda di alloggi nel centro del paese aumentò fino al 1943, quando il livello generale dei prezzi delle camere, con l’arrivo degli sfollati che fecero da moltiplicatore, divenne davvero esorbitante. Nel 1943, tali complicanze delle condizioni di vita a Campagna e in numerosi altri paesi dell’entroterra campano portò l’ispettore generale della Campania a vagliare l’opportunità di chiedere il trasferimento degli internati nell’Italia centrale o anche settentrionale, lasciandoli di certo a non migliore destino.

La liberazione del campo di concentramento e il ritorno alla vita: una conclusione

Effettivamente la lacerazione creata nei comuni campani dall’incessante flusso di sfollati, indusse la Direzione Generale di PS ad una nuova, repentina mobilitazione degli internati, in verità già minacciati da un imminente progetto di estradizione: a partire dall’estate del 1943 gruppi di internati e singoli individui vennero trasferiti d’ufficio nelle zone d’internamento del Nord successivamente interessate dall’occupazione tedesca con l’epilogo per gli ebrei che la storia ci ha consegnato. Ma l’occupazione del Sud da parte delle truppe anglo-americane fu così rapida che il piano ministeriale di trasferimento venne presto bloccato: dopo lo sbarco in Sicilia, il 3 settembre le truppe alleate attraversarono lo stretto di Messina raggiungendo la Calabria e costituendo già l’11 settembre la testa di ponte presso Salerno. Il 14 settembre, intanto, un’unità britannica raggiunse il campo di Ferramonti da dove gran parte degli internati si erano da qualche giorno allontanati per timore di rappresaglie tedesche. A fine settembre, contestualmente alla clamorosa cacciata della Wehrmacht da Napoli, gli Alleati avevano oramai assunto il controllo dell’intero territorio a sud della linea di difesa tra il golfo di Gaeta, Montecassino ed Ortona. Il campo di concentramento di Campagna fu ufficialmente liberato il 19 settembre 1943. Le autorità locali, frattanto, avevano già provveduto a liberare gli ultimi ebrei internati. Subito dopo l’armistizio, infatti, gli eventi erano tragicamente precipitati anche qui e tutti gli internati erano stati fatti fuggire sulle alture circostanti dove anche molti campagnesi si erano intanto allocati per paura dei bombardamenti alleati: i Tedeschi, abbandonato il presidio di Puglietta di Campagna, si stavano ritirando verso il Piano del Cornale ed Oliveto Citra, mentre gli Alleati bombardavano e cannoneggiavano dalla piana del Sele tutti gli altri presìdi, compreso quello della vicina Persano.
Dopo il primo bombardamento su Campagna, un drappello della Feldgendarmerie si diresse verso il paese, molto probabilmente per prelevare qualche internato da usare come ostaggio nella fuga, ma gli incessanti bombardamenti della flotta nemica e la complicità dei militi di guardia riuscirono ad allontanarli senza che vi fosse alcuna rappresaglia ma con uno strascico molto pesante sull’intero paese.
Il campo di concentramento salernitano – assieme a poche altre eccezioni – rimase “attivo” fino all’ottobre del 1944 quando anche gli ultimi ventiquattro ebrei stranieri, dei centocinquanta rimasti al momento della liberazione, furono trasferiti da Campagna a S. Maria al Bagno, in un campo sistemato prima in una poi in due colonie estive, formate da villette e bungalow, allocati lungo la costa pugliese.
La vita quotidiana degli ebrei di Campagna rimase però assai precaria, anche dopo la fine dell’internamento, soprattutto perché la maggior parte dei liberati fu nuovamente redistribuita in una rete di campi – questa volta gestita dagli Alleati – quasi a significare che la liberazione dalla prigionia non era coincisa con l’acquisto della libertà. La gestione dei campi, poi, diventava sempre meno efficiente dato l’enorme numero di ex internati che continuamente vi affluivano a mano a mano che il Meridione veniva liberato. Gli abitanti delle baraccopoli dovevano il più delle volte provvedere con i propri mezzi, a dir poco precari, per far fronte alle esigenze primarie e, sebbene il sussidio giornaliero venisse ancora distribuito assieme ad altri aiuti umanitari, certo ciò non era in grado di sostenere esaurientemente i liberati.
Per questa ragione, in mancanza di prospettive certe, assaliti da dubbi circa la probabilità di ritrovare vecchi legami nei paesi d’origine e rassicurati dai solidi rapporti costruiti durante gli anni passati a Campagna, molti ebrei decisero di fermarsi in Italia, se non proprio nella provincia salernitana, come accadde al dottor Joseph Lithenolc che assieme a due suoi altri colleghi, Max Tanzer e Dante Stetner, era rimasto a gestire l’ambulatorio medico del campo anche dopo molte settimane dalla liberazione. Lui, come Wolf H., Samuel C., Dawid S., Erik S. e numerosi altri ex internati del campo di concentramento di Campagna, preferì non allontanarsi dall’Italia e dal Sud, riconoscendogli, probabilmente, il “merito” della propria salvezza:
“Io quante volte l’ho invitato: «Giuseppe ma perché non vai a Lódz, vai a vedere se è rimasto qualcuno di famiglia!» […] e io insistevo perché tornasse in Polonia. Ma lui aveva il terrore di ritornare pure dopo la guerra. Anche dieci anni fa, prima di morire, perché lui è morto nel 1988, non ha mai voluto accettare la proposta di ritornare lì. Non ha mai voluto. Ha saputo per mezzo della Croce Rossa Italiana, per mezzo del Vaticano, ha saputo che i suoi parenti erano stati deportati nei campi. Lui aveva paura, capisce che significa, aveva paura che tornando lì non sarebbe più potuto tornare in Italia”.
Il riconoscimento della bontà della popolazione italiana ha alimentato per tutti questi anni la memoria degli ex internati. Dalle interviste rilasciate, infatti, non è emersa quasi mai, tranne quando la commozione ha preso il sopravvento sulle parole, amarezza per l’internamento; pur consapevoli di quanto limitative fossero le condizioni di vita in un campo di concentramento, avendone attraversati più di uno, essi non hanno lesinato lodi alla popolazione locale:
“Mah, la popolazione era buona, molto ben disposta verso di noi. Tutti ci salutavano con rispetto e molti ci accoglievano nelle loro case, attorno alle loro tavole o ai loro camini. Le dico, sa, lì era quasi come una villeggiatura rispetto all’altro campo malsano di Ferramonti”.
A corroborare le sue parole e con esse lo stereotipo degli italiani brava gente, anche le riflessioni di Horst W.:
“Ho pensato sempre bene del popolo italiano. Nessun paese del mondo ha accolto gli ebrei meglio degli italiani […] Campagna era un piccolo paese che sapevano degli ebrei solo quando c’erano le leggi. Prima non si parlava degli ebrei, non erano interessanti, no. Tutti avevano accolto gli ebrei con gentilezza in quel paese”
Una memoria che ha impresso soprattutto il risvolto positivo di quell’esperienza a Campagna, quasi a voler individuare una dimensione umana dell’internamento, a tratti edulcorata, estranea al contesto più drammatico della guerra e fagocitata invece dal “normale” vivere quotidiano nel paese, lontano dall’intolleranza e agli antipodi della feroce persecuzione che caratterizzò la fase successiva dell’internamento ebraico in Italia.
Il tema della socialità a Campagna trova largo spazio nella memoria dei testimoni ma anche nelle fonti d’archivio, costituendo un punto di convergenza nei ricordi dei testimoni e di intransigenza nelle relazioni ministeriali. Al di là delle facili attribuzioni di un senso della humanitas alle popolazioni rurali, la comunità di Campagna trasse una utile esperienza dal contatto con gli internati, sviluppando anche forme di comportamento più legate agli interessi reali, vestendo la solidarietà di un habitus economico sagomato dalle contingenze del quotidiano vivere durante la guerra.
L’accento posto dalla memoria dei testimoni su atteggiamenti e comportamenti condiscendenti e, naturalmente, sulla relativa “libertà” di cui beneficiavano gli ebrei a Campagna, grazie alla particolare “flessibilità” delle autorità locali che contribuirono non poco alla costituzione di una socialità tra ebrei e campagnesi, ha favorito, ex post, una rappresentazione collettiva del fascismo e dell’internamento “più mite” in relazione al nazismo e ai suoi più efferati prodotti.
L’internamento a Campagna e, più in generale, nelle località del Sud ha rappresentato per gli ebrei stranieri quivi detenuti la possibilità di poter continuare a vivere e per i campagnesi la possibilità di vivere meglio, seppure in un contesto drammatico qual era quello della Seconda Guerra mondiale, facendo, in tal modo, la differenza rispetto alla storia e alla memoria dell’internamento degli ebrei nei campi di concentramento del Nord.

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