Riflessioni sulla vita

GIOVANNI PALATUCCI..“Riflessioni sulla vita”..


di padre Franco Stano.

Fedele ad una voce interiore che percepisce chiara nel cuore, Giovanni Palatucci lascia la famiglia e la casa per rispondere a quella che ritiene una vera chiamata di Dio. Non l’Irpinia natia deciderà la sua vita, ma ciò che la Provvidenza ha deciso per lui.
Di spiritualità francescana, Giovanni Palatucci educò se stesso all’ascolto della coscienza e la coscienza fu per lui voce, specchio e richiamo costante. A questa sua attitudine non sempre da tutti capìta, egli, senza mai transigere, ispirò concretamente la sua condotta.
Aperto e buono di natura e per convincimento, portò con sé, da adulto, quella disponibilità maturata da ragazzo nei rapporti con i compagni che fu leale e generoso. Rispose fin da piccolo ad ogni domanda che gli fu rivolta e non lasciò nessuno senza il sorriso di una risposta.
Profondamente motivato, Giovanni Palatucci interpretò il lavoro come servizio all’uomo, e mal tollerò la tendenza ad anteporre l’immagine e l’apparenza alla responsabilità del rispetto e della condivisione. Fedele a se stesso, vide in ogni altro un fratello e una sorella da amare.
Leale e solerte, Giovanni Palatucci, senza piegarsi ad altro che non fosse il giudizio della sua intatta umanità e della sua fede religiosa, accettò muto di parole, ma forte nel cuore, il duro rimprovero e l’ingiusta condanna incamminandosi serenamente su quella strada che lungi dal macchiarne l’onore ne avrebbe esaltato il futuro.
Attento e libero, si sforzò di interpretare il suo ruolo come un’occasione di solidale misericordia. Formato alla pietas religiosa e cristiana e in essa stabilito, v’ispirò pensieri e comportamenti guardando in quanti bussarono al suo ufficio l’immagine e la somiglianza di Dio quali essi erano.
Giovanni Palatucci fece del suo ufficio un luogo di misericordia attiva e motivata solidarietà. Non seppe guardare altrimenti a quanti lo frequentarono se non come a persone capaci di dolore e di speranza. E quanto potè, temperò il dolore e sollecitò la speranza.


La persona umana, quale ne fosse la nazionalità, il ruolo o la fede religiosa, fu la sua passione e la sua strada. Ascoltò domande, elaborò risposte, aprì strade, difese destini senza chiedere altro per sé che responsabilità ulteriore e ulteriore sacrificio. Tutti erano per lui un “fratello o una sorella in Cristo”.
In modo particolare egli seguì la sorte dei bambini per i quali garantì famiglia e futuro. Se intollerabile è sempre l’ingiustizia, più ancora lo è quando aggredisce l’innocenza dei puri di cuore, dei piccoli, per i quali, e per chi sarà come loro, è il Regno dei cieli.
Leale con lo Stato, Giovanni Palatucci fu ancora più leale con i valori della fede cristiana che praticò con mai sospetta autenticità. Nel clima della preghiera egli aprì e chiuse le sue giornate e in questa sua attitudine trovò il conforto e il coraggio necessari per continuare a servire gli ultimi, i derelitti.
“Vogliono farci credere che il cuore sia soltanto un muscolo e vogliono impedirci ciò che la coscienza e la nostra fede ci chiedono di fare”, disse un giorno, rivendicando contro la prepotenza e il delirio, le straordinarie ragioni del cuore. A queste ragioni del cuore, egli ispirò la sua azione e il suo comportamento.
Contro l’arroganza di un potere perverso, Giovanni Palatucci affermò l’umiltà della fede, il cuore aperto e la mano tesa. Alla feroce tracotanza che umilia e uccide, egli oppose l’evangelica mitezza che assolve gli altri fino al sacrificio di se stessi.
Giovanni Palatucci, in un’Italia forzatamente asservita ad ideologie non proprie della sua cultura, visse nel solco della tradizione cristiana del suo popolo e benché italiano si sia sentito e sia sempre stato, non prevaricò nessuno e riconobbe a tutti il diritto ad una propria terra e ad una propria patria.
Egli, guardò con cuore tenero e commosso quanti l’ingiusta aggressione costringeva all’esilio. Farsi possibilità e aprire una strada: fu questo il compito cui Giovanni Palatucci dedicò se stesso negli anni oscuri della seconda guerra mondiale.
L’Italia divisa in due esprime in modo drammatico la malattia di quel triste periodo. Giovanni Palatucci, che si trova a Fiume, diventa in quella questura il funzionario più alto in grado e ne assume il comando. Lo interpreta a sostegno degli uomini che ha a disposizione e degli impiegati della questura costretti da uno Stato alla deriva ad una vita ostica e grama. Egli si farà sentire dai governanti, con fermezza e criterio, anche se non gli risponderà nessuno.
Brillante di carattere, Giovanni Palatucci amava la vita e coltivava nel cuore il desiderio di un progetto che prevedeva per lui, a guerra finita, la costituzione di una famiglia. A guerra finita, però! Come a dire che non ci sarebbe stato spazio per un progetto personale fino a che persisteva un impegno più ampio di quanto ampia non fosse la sua questione personale.
Gli amici lo amavano. Con loro aveva condiviso e condivideva oltre che il brio naturale le finezze della sua terra. La condivisione gli si addiceva ad ogni livello e la sua generosità fu tale che un suo superiore lo riconobbe dinanzi a chi avrebbe voluto proditoriamente infangarne la memoria come “un uomo al di sopra di ogni sospetto”. Giovanni Palatucci ebbe un’altissima concezione del sacerdozio come emerge da una lettera che scrisse per l’ordinazione di un suo cugino, nella quale, fra l’altro gli dice: “ E’ ( per te ) l’inizio oltre che di un’altissima missione di una continua ed aspra lotta tra lo spirito e la carne, per il trionfo dei valori più alti che sono in noi”.
Dopo l’8 settembre, Giovanni Palatucci indicò allo Stato il dramma della questura di Fiume: senza mezzi, senza uomini, senza possibilità e dunque, in balìa di forze occupanti. Chiese ciò che era strettamente necessario per una vita e per un servizio almeno dignitosi. Non ottenne, però, e non avrebbe potuto ottenere risposta alcuna, così triste era la condizione delle terre e delle contrade italiane.
Avrebbe voluto salvare l’italianità di Fiume e si legò ai movimenti autonomisti che agivano in città. ” Sarò a Fiume – diceva – fino a che vi sventolerà il tricolore”. Sapeva, però, che troppe mire convergevano sulla città istriana e che a causa delle contingenze storiche ormai maturate le meno accreditate erano proprie quelle italiane. Fu tuttavia fedele al suo giuramento e ai suoi convincimenti. Lealmente, ma senza illusioni.
L’ultima lettera a casa ha sapore drammatico. “ Carissimi genitori… non occorre dire che appena le circostanze lo consentiranno, correrò da voi. State assolutamente tranquilli per me. Auguro a voi le migliori cose con la speranza di potervi riabbracciare al più presto. Giovannino”. Egli però non riabbraccerà i suoi. Aveva osato troppo e la morte aveva teso il suo agguato.
Era l’agosto del 1944 quando Giovanni Palatucci da Fiume raggiunse in treno la Svizzera. Viaggiò in compagnia di due donne alle quali assicurava così la via della salvezza. V’erano tutte le condizioni perché in Svizzera restasse lui pure. Contrariamente a tutte le aspettative, però, in Svizzera egli non rimase. “ A Fiume ho ancora molto da fare “, disse.
V’era ancora tanta gente da salvare nella città istriana, padri, madri e bambini cui garantire il lasciapassare della salvezza. Era gente il cui appello risuonava nella sua coscienza al richiamo della quale Giovanni Palatucci non avrebbe potuto rispondere altrimenti che pronunciando il biblico: “Eccomi”!!!!
Ed egli se ne partì ripercorrendo a ritroso la strada che dalla Svizzera libera e neutrale conduceva nell’inferno di un’Italia martoriata e battuta. Se ne partì consapevole che “non può volgersi indietro chi ha messo la mano all’aratro”. Non sapeva che cosa sarebbe accaduto a lui. Sperava nulla, ma sapeva che qualunque cosa gli fosse accaduto, non lo avrebbe trovato né con le mani in mano né senza un sorriso di gratitudine nel cuore.
Giovanni Palatucci ritornò a Fiume. C’era nell’aria, si avvide, una pesantezza nuova che era nei fatti e nelle persone. Poiché la guerra scombina menti e certezze, egli capì che bisognava fare in fretta. E in fretta fece, privilegiando per i suoi assistiti la via del mare. Ma quanta paura non temperò in quei giorni sull’inginocchiatoio della sua camera e delle sue preghiere.
Ripensò ai suoi genitori lontani, allo zio Vescovo l’intesa col quale non era mai venuta meno, alla sua infanzia così ricca di attese e promesse. Si rese conto di quanto fosse passato in fretta il tempo. Era poco più che un ragazzo, ma un ragazzo che la guerra aveva maturato a iosa. Pregò per tutti, tutti ringraziò, a tutti chiese il conforto di una preghiera, disponendosi così ad aspettare gli eventi, nei quali gli sarebbe stato dato di incontrare, come sempre, la voce di Dio.
Lo arrestarono per delitto di alto tradimento, lo trattennero a Trieste e da Trieste un lungo treno lo trasportò, insieme con altri condannati come lui, di là dai confini della patria, nel campo di concentramento di Dachau. Qui, Giovanni Palatucci, consumato dagli stenti e dalla malattia, rese la bell’anima a Dio, il corpo alla terra, la sua memoria alla coscienza più alta dell’intera umanità…
Era il 10 febbraio 1945

GIOVANNI PALATUCCI..“Uomo delle misericordia”..


di padre Franco Stano.

Non era facilmente imprigionabile. Fin da bimbo ebbe una sola vocazione: andare oltre. Andare oltre, ma sulle vie del cuore. Senza tradire nulla e nessuno. Non la memoria, non la terra, non la casa, non la famiglia, non le attese. Andare, in compagnia del cuore, di là dallo scontato. E sentire, andando, che ti camminano profondamente dentro gli affetti, i ricordi e i sogni. Fu suo destino andare nell’impazienza del cuore senza che gli fosse tregua mai; senza che gli bastasse “ieri”; senza che “domani” facesse paura; senza che “oggi” non dichiarasse “avanti”. E decise, a suo tempo, di vivere il servizio, di stare al servizio. Perché il servizio non dice mai “basta”, e chiama altrove; come altrove chiama la speranza. Erano tempi di delirio, i tempi di Giovanni Palatucci. Tempi nei quali si esaltavano la razza, i muscoli e il doppiopetto. Tempi nei quali l’urlo, la forza e la potenza gridavano vendetta e spargimento di sangue. Apparteneva alla Pubblica Sicurezza. Amava il sole e il sorriso; la festa e la compagnia; i buoni sapori del sud e gli occhi felici delle donne felici. Così, semplicemente. Ma conosceva il suo dovere, benché qualcuno glielo abbia negato.
Lo mandarono a Fiume, l’estremo confine orientale dell’Italia imperiale. Lo destinarono a quella Questura: Ufficio Stranieri, quando si dice la Provvidenza!
Palatucci sapeva pregare e pregava. Era cresciuto in una famiglia in cui la preghiera era di casa.
Oh, certo, qualche sbavatura non mancava! Ma le ragioni della fede avevano spessore assoluto nella casa e nella famiglia della sua infanzia e della sua adolescenza. Uno zio Vescovo, due zii ed un cugino sacerdoti; una nonna e una mamma devoti, un padre lavoratore leale, due sorelle buone. E’ proprio vero che il buon giorno si vede dal mattino.
E lo si vide a Fiume, all’Ufficio Stranieri di quella Questura. Fiume era ed è una città di frontiera. Latini, slavi e germanici la abitavano e la circondavano. E vi giungevano, come una catena infinita di drammi e di lacrime, ebrei vessati e maltrattati, da ogni regione d’intorno. Hitler non scherzava con nessuno e, meno che mai, con gli Ebrei. L’Italia di Mussolini faceva eco come poteva allo strapotere del führer tedesco. Gli ebrei erano in fuga e nella loro fuga, qua e là per il mondo, qua e là per l’Italia, trovarono samaritani pronti a sostenerli e ad aprir loro una strada sul futuro. Samaritani. Buoni samaritani, disposti a tutto pur di salvare uomini inermi votati alla morte e alla tortura infame.
Uomini di misericordia, quale che fosse il presupposto di quella loro misericordia. Perché chiunque agisce a favore ed usa misericordia, riceve da Dio l’eterna grazia della salvezza. “Qualunque cosa abbiate fatto a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatta a me”, disse Gesù. Giovanni Palatucci! Quanti furono gli ebrei che grazie a te scamparono alla morte e mossero in direzione della vita? Giovanni Palatucci! Dove trovasti motivazione e forza per quella sconfinata fedeltà all’uomo indifeso? Giovanni Palatucci! Quante barche grazie a te fecero spola, di notte e furtive, dalla spiaggia deserta alle navi della speranza? Giovanni Palatucci! Cosa ti spinse a ricevere in Questura giorno e notte persone che poi avrebbero attraversato il confine grazie al tuo lasciapassare? Giovanni Palatucci! E tuo zio? Come rispose tuo zio alla domanda di serena complicità? E quella ragazza in perenne compagnia della madre; quel bisogno di salvare l’una e l’altra dal rischio dell’avvilimento? E la combutta col mondo degli autonomisti fiumani? E l’accusa di alto tradimento ad opera dei tedeschi dopo l’8 settembre, quando guidavi tu stesso la Questura da Funzionario più alto in grado? E quel tuo arresto? E quelle tue parole preoccupate all’indirizzo di un collega e a favore di un giovane ragazzo? “Accontenta questo ragazzo?”. Ricordi? E quella tua morte, così opaca e così oscura là dove la luce del sole era tramontata per sempre, per sempre era tramontata l’alito della coscienza? Tu, che fosti uomo sensibile alla coscienza al punto da avvertirla come padrona del tuo stesso destino, tu sperimentasti a Dachau, fra le urla dei moribondi e degli ammalati, come anche la coscienza possa essere travolta, come oscurata possa essere la sua voce. E moristi così, ucciso dalla nobiltà del tuo pensiero; ucciso dal verme maligno per esserti dato senza risparmio alla ribellione interiore di una coscienza che ti portò a vivere la sostanza di una parola cristiana sulla quale oggi Papa Francesco ci invita a riflettere e che si pronuncia Misericordia.
Misericordia: Avere a cuore, portare nel cuore, avvertire nel cuore come propria la sorte degli altri, la sorte di ogni persona che ci cammina accanto, la sorte di ogni persona che, maltrattata dalla vita, chiede a noi l’obolo di una mano aperta. Misericordia è una parola che pare faccia rima con il tuo nome e con la tua storia, Giovanni Palatucci. E in questo senso tu sei davvero in ottima compagnia. In questo senso, tu ci fai buona compagnia. E di questo noi ti ringraziamo oggi, come di questo ti ringraziò il passato, come ti ringrazierà il futuro.


LIBERTA', ETICA, LEGGE IN GIOVANNI PALATUCCI...


del prof. Giuseppe Acocella.

Come può chi viene proclamato <> infrangere le leggi vigenti ? E può un cristiano, solo invocando la sua coscienza di credente, mettersi fuori dell’ordinamento giuridico ? La contraddizione che sembra accompagnare l’altruismo generoso – perseguito fino al sacrificio di sé - di Giovanni Palatucci 1, significa forse che giustizia e legalità sono separate ed anzi contrapposte, e la legalità che governa le comunità si oppone senza rimedio alla giustizia che solo il singolo può conseguire ? Si tratta dunque di collocare l’eroismo senza orpelli di Giovanni Palatucci nella categoria dell’obiezione di coscienza individuale, a rischio però di porre al centro la domanda se tutte le leggi indistintamente siano legittimate a richiedere obbedienza, e quindi ad avanzare la grande questione della legge ingiusta ? 2 Uomo di legge, Palatucci si trovò drammaticamente di fronte alle lacerazioni che le leggi razziali ed antisemite promulgate nel 1938 dal regime fascista avevano provocato alle coscienze e al principio stesso di legalità. Era infatti viva nella cultura giuridica italiana la questione della valutazione che si imponeva di fronte all’opera del legislatore operante in rottura con la tradizione e la stessa scienza giuridica. Lo stesso dilemma aveva attraversato la cultura tedesca all’avvento del nazismo, tanto che giuristi insigni - che pure professavano il positivismo giuridico, e quindi la concezione del diritto vigente solo in quanto posto dallo Stato - ma che (come Gustav Radbruch o lo stesso Hans Kelsen, che riparò negli Stati Uniti) avevano ritenuto che non potessero essere vanificati i principi generali dell’ordinamento contrapponendo al diritto la legge la quale fosse temporaneo frutto della volontà assoluta del legislatore.
Se ogni società ha inevitabilmente bisogno di un ordinamento politico che renda possibile la convivenza, questo si ottiene attraverso la definizione di una <> che deve però rendere chiara la ragione della legalità e quindi dell’obbedienza. L'obbligazione politica, che nasce dal patto comunemente accettato, rende l'obbedienza alle leggi canale essenziale della adesione all'ordinamento e alla convivenza. Cosa mi induce - nella acuta sintesi che ne fornisce Giuseppe Capograssi – a volere obbedire alla legge, pur conscio di volere non volendo ? Cosa lega indissolubilmente l'obbedienza convinta di Socrate alle Leggi che ingiustamente gli impongono di sacrificare la vita, alla disobbedienza di Antigone che viola le Leggi in nome dell'inviolabilità della vita e della morte? Queste emblematiche figure della legge e della sua osservanza critica hanno rappresentato un richiamo forte e costantemente discusso. L’Antigone di Euripide si oppone alla legge positiva, il decreto con il quale il re Creonte vieta la sepoltura dei corpi di coloro che hanno combattuto la πολις; Antigone, appellandosi alle leggi non scritte della morale, infrange il divieto e disobbedisce. Il Socrate di Platone rifiuta di sottrarsi alla legge - che pur giudica applicata scorrettamente - attraverso la fuga, perché ritiene che negherebbe così il valore stesso della legge se vi si sottraesse solo quando essa non corrisponde al suo giudizio, giovandosene invece quando essa gli garantisce l’ordine della coesistenza. Socrate giudica impraticabile la moralità che voglia rendersi arbitra dell'esistenza al di fuori dell'ordinamento; Antigone pretende che l'ordinamento non si discosti dall'imperativo morale.
L’insistenza sulla eterogeneità della funzione assolta dalla morale rispetto al diritto, più forte oggi nel quadro di quel fenomeno che viene definito “politeismo dei valori” (quando non è più possibile il riferimento alla morale intesa come comune e condivisibile termine certo rispetto alla variabilità del diritto), non deve e non può certo significare né critica distruttiva della funzione della legge positiva, né dissolvimento di ogni sistema di valori (pena la vanificazione di ogni sforzo per assicurare la distinzione tra comportamenti approvati o disapprovati, e dunque con la conseguente liquidazione di una accettabile convivenza sociale), con il rischio di riconoscere la preponderanza dei comportamenti più diffusi e l’accoglimento nell’ordinamento dell’opinione dei più, anche quando fosse aberrante.
Non meraviglia, pertanto, che il sacrificio di Palatucci abbia avuto una ispirazione religiosa, perché solo una precisa dedizione e percezione di quella “più alta giustizia” può motivare fino alla rinuncia di sé. E’ la visione cristiana di Thomas Moore, santo della Chiesa cattolica che da cancelliere della Corona – in nome delle leggi non scritte ma inscritte nella storia del diritto, nella rule of law – si oppone al comando arbitrario, ed inaccettabile per un spirito cristiano, del re d’Inghilterra; è la stessa convinzione di Massimiliano Kolbe o di Salvo d’Acquisto, che giungono ad immolare la propria vita in nome della giustizia e dell’amore del prossimo, che per essi è anche una conseguenza dell’amore di Dio, come per Palatucci.
E’ la riaffermazione della legalità vera contro la illegalità costituita, per usare l’espressione che Emmanuel Mounier coniò parlando di disordine costituito che può assumere la forma della legge – a cui occorre contrapporsi in nome della giustizia - ma non la sostanza della vera legalità.
Giovanni Palatucci portò nella vita reale questo dibattito nobile ed ideale, tanto di fronte alle leggi razziali italiane quanto alle violazioni parte della legalità sostanziali in nome dell’assolutismo del comando (il diritto come pura forza) imposto dall’occupazione nazista che Palatucci ebbe il coraggio di affrontare. Le stesse circostanze dell’arresto di Palatucci chiariscono la natura illegale dell’azione messa in opera di fronte alle violazioni – in nome della legge ingiusta – compiute dal potere illegittimo.
La perquisizione effettuata nella notte tra il 13 ed il 14 settembre 1944 nell’abitazione del Questore reggente è l’atto illegale (il falso ritrovamento del piano riguardante lo Stato libero ed autonomo di Fiume) che suggella il comportamento di Palatucci come atto di resistenza nei confronti dell’illegalità (il disordine costituito) perpetuata sin dalla promulgazione delle leggi razziali da un regime ingiusto perché non rispettoso dei fini stessi dello Stato e della legge, la tutela della persona e dei suoi diritti.
Sono queste le condizioni che costituirono il contesto in cui si eresse l’edificio della nuova Italia, democratica, libera, fondata su una legge istitutiva che non può tollerare l’arbitrio né da parte dei cittadini né da parte del legislatore, e che si realizzò con la promulgazione delle Carta costituzionale. Il tema della nascita della “nuova Italia” è infatti strettamente legato alle radici della Costituzione e alla rottura istituzionale consumatasi nella transizione dal regime fascista e monarchico all’Italia democratica e repubblicana. Questa rottura costituisce ancora il passaggio obbligato per scorgere ed interpretare il futuro della democrazia nel nostro paese, e tenere la giusta rotta di fronte alle intemperanze che vengono da opposte parti, rivelando il tentativo di usare strumentalmente a vantaggio di una fazione e non della nazione la memoria della Resistenza, mortificando sessant’anni di unità nella Costituzione.
La Costituzione fu infatti figlia della rinascita della nazione, della guerra di liberazione dallo straniero e dal regime fascista suo alleato al tempo stesso, ma anche “disfida” sul modello di nuovo Stato, democratico, antifascista e costituzionale. In questo senso la guerra di liberazione non assunse solo il senso di “nuovo Risorgimento” nei confronti dello straniero per rivendicare l’indipendenza nazionale, ma costituì il vero e proprio atto di rifondazione della nazione in virtù della legittimazione popolare, che nel primo regime monarchico e poi in quello fascista non aveva se non parzialmente avuto luogo. Dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945 l’Italia visse quella che è stata definita drammaticamente il periodo della morte della patria, quando la disfatta della nazione pareva aver soffocato definitivamente gli ideali unitari e soggiogato l’Italia a regimi totalitari a guida straniera, la resistenza, la lotta di liberazione ebbero il duplice significato di guerra nazionale contro il nazifascismo e di nuova fondazione popolare dell’Italia indipendente e democratica Per questo la festa del 25 aprile è festa di unità nazionale ma anche di unità costituzionale.
Per queste ragioni il dibattito si deve oggi interrogare sui fondamenti del patto costituzionale, nato, come si accennava, da una rottura istituzionale che sembrerebbe mettere in discussione il valore stesso della legge, dal momento che la transizione dal regime fascista al regime democratico avvenne attraverso una lacerazione forzata dell’ordinamento vigente. Si innesta qui un dibattito rovente: la legge deve essere sempre osservata, o essa deve tener conto di limiti dettati dalla legge morale o, storicamente, dal patto politico che fonda l’ordinamento? Sin dall’unità e più ancora con l’avvento del fascismo era infatti stata sollevata nella cultura giuridica italiana la questione della valutazione dell’opera del legislatore che operasse in rottura con la tradizione e con la stessa scienza giuridica. In nome di cosa, si argomentava, ci si può ribellare alla legge ingiusta, dichiarandola tale, e con quale criterio?
Nel 1951 Giuseppe Capograssi scrisse una pagina che richiamava i principi che consentono di discernere la legalità come cieco (e non giustificato dal consenso dei cittadini) comando dello Stato dalla legalità come frutto dell’ordinamento che una comunità sceglie per garantire la pacifica convivenza nella giustizia. <>.
Le leggi razziali italiane, così come le violazioni della legalità sostanziali in nome dell’assolutismo del comando (il diritto come pura forza) imposto dall’occupazione nazista, chiarirono la natura del regime e la natura illegale delle azioni messe in opera dal potere, illegittimo perché non rispettoso dei fini stessi dello Stato e della legge, la tutela della persona e dei suoi diritti. L’azione umana, per essere veramente degna di chiamarsi tale, è tenuta a sfuggire alla dimensione “assoluta” della legge, ribellandosi quando questa sia “prevaricatrice” a spese del diritto e dei principi generali dell’ordinamento, e deve riferirsi piuttosto alla “ragione dell’azione” che è soggetta al “riconoscimento” reciproco e al consenso. Infatti chiedersi: <> - dal momento che essa limita comunque la libertà assoluta dell’azione individuale - significa cercare e trovare le ragioni dell’obbedienza nell’autorità della norma giuridica. Ma una tale autorità deve essere manifesta. Proprio obbedire e dare esecuzione alla legge razziale – legge senza autorità e dunque ingiusta – avrebbe significato violare la legalità derivanti dal principio e fine dell’ordinamento e della legge, la persona umana. I diritti della persona e della famiglia precedono e generano la società giuridicamente organizzata nell’autorità della legge e non ne discendono, come la nostra Costituzione ha riaffermato solennemente.
Quali sono, insomma, i diritti che possono incontestabilmente – sanciti o meno temporaneamente da un prodotto legislativo la cui legittimità va costantemente verificata per non sottostare alla volubile ragione della forza - definirsi moralmente fondati, per esempio i diritti umani, e che dunque legittimano anche la resistenza alla legge ingiusta? Quando sussiste la legittimazione ad operare fondatamente una tale definizione perché possa essere atta a garantire che i diritti fondamentali dell’uomo possano inequivocabilmente (senza cadere nell’arbitrio dell’illegalità) generare il giudizio sulla loro accettazione o sulla loro negazione, come è potuto avvenire nel Novecento di fronte alla barbarie dei lager nazisti, dei gulag e delle foibe comuniste, dei genocidi di massa degli ultimi decenni, ed ora più visibilmente con i problemi aperti dall’aperto rifiuto dei diritti umani per donne e bambini, o altri, in aree del mondo che non conoscono assetti istituzionali verificabili e partecipati?
L’insistenza sulla eterogeneità della funzione assolta dalla morale rispetto al diritto - più forte oggi nel quadro di quel fenomeno che viene definito “politeismo dei valori” (quando non è più possibile il riferimento alla morale intesa come comune e condivisibile rispetto alla variabilità del diritto) - non deve e non può certo significare né critica distruttiva della funzione della legge positiva, né dissolvimento di ogni sistema di valori (pena la vanificazione di ogni distinzione tra comportamenti approvati o disapprovati, e dunque con la conseguente liquidazione di una accettabile convivenza sociale), con il rischio di riconoscere la preponderanza dei comportamenti più diffusi e l’accoglimento nell’ordinamento dell’opinione dei più, anche quando fosse aberrante.
La missione del diritto è quella di realizzare nella pace una convivenza tra gli esseri umani segnata dalla ricerca del valore della persona umana. Questo si intende per giustizia anche quando si usi impropriamente l’espressione per designare l’apparato che esercita, ad esempio, l’amministrazione della giustizia. Abbiamo talvolta un’idea distorta della legalità: oscilliamo tra una visione formalistica della legalità come ossequio formale alle leggi ed una moralistica della legalità come aderenza ad uno statuto etico spesso emotivo e occasionale che giustifica anche i giudizi di piazza. Invece il confronto sviluppatosi, in specie tra i filosofi del diritto e gli eticisti sociali, sull’elemento contenutistico presente nella norma che prescrive l’azione – la quale altrimenti, priva di una “autofondazione” che la oggettivi, resterebbe confinata nella parzialità interessata - verte appunto su una tale necessità. I diritti che possono– sanciti o meno temporaneamente da un prodotto legislativo, la cui legittimità va costantemente verificata per non sottostare alla volubile ragione della forza - incontestabilmente definirsi moralmente fondati, legittimano anche la resistenza alla legge ingiusta e dirsi dunque diritti umani.
Giovanni Palatucci – a dispetto di quanto impudentemente sostenuto da improvvisati detrattori rappresentanti di lobbyes ristrette, cui viene talvolta dato credito solo in virtù del conformistico ossequio alla rete di relazioni e alla collocazione in ambienti privilegiati, nonché alle disponibilità finanziarie misteriosamente illimitate - seppe trovare nella sua coscienza questo equilibrio tra osservanza della legge e fedeltà alla legalità nel riconoscere alle disposizioni vigenti in quel determinato momento una infrazione alla legalità la quale deve invece sempre rispettare la missione del diritto, che è quella di realizzare nella pace una convivenza tra gli esseri umani segnata dalla ricerca del valore della persona umana. Questo si intende per giustizia anche quando si usi impropriamente l’espressione per designare l’apparato che esercita, ad esempio, l’amministrazione della giustizia.
Giovanni Palatucci volle intenderne il senso più vero.


GIOVANNI PALATUCCI - Maestro e Testimone. Riflessioni sulla vita....


di Michele Aiello.

Giovanni Palatucci, nato a Montella (Av) il 29 maggio 1909, crebbe in un clima familiare che, benché non alieno da un certo tipo di religiosità formale propria dell’epoca, gli garantì un’educazione più che sufficiente ai valori essenziali della vita, valori ai quali egli ispirerà sempre il suo essere e il suo agire. In quella sua famiglia, tutta protesa fra dolcezza e rigore, nella quale furono presenti tre figure ecclesiastiche di indubbio spessore religioso e culturale quali gli zii paterni, occorre dire che eccelse, per una fede autentica ed una vita cristianamente condotta, la nonna Carmela, madre di suo padre, sul petto della quale Giovanni, bambino e poi ragazzo, succhiò la fede e la concretezza storica e morale delle sue conseguenze.
Tormentato fu il rapporto di Giovanni col padre Felice, primogenito di Carmela. L’uomo avrebbe voluto il figlio “avvocato” e lo avrebbe voluto ad esercitare nell’ambito della sua regione di nascita. Giovanni, che crescendo aveva manifestato una natura ribelle ad ogni ingiusta imposizione, non desiderava quella professione, benché in giurisprudenza si fosse laureato, e non desiderava nemmeno rimanersene in un mondo che egli considerava piuttosto ristretto per le sue mire e le sue vedute. Temeva anche che la famiglia avrebbe potuto condizionarne le aspirazioni e per non tradirsi e non tradire nessuno, aveva deciso di andare per la strada sulla quale si sentiva portato dalla sua vivace intelligenza e dalla sua indole generosa.
Al contrario, dolce fu il rapporto di Giovanni Palatucci con la madre, la tenera e malinconica Angelina Molinari, che egli amò con particolare devozione e dalla quale fu amato con materna e partecipe continuità. Angelina era una donna buona, religiosamente motivata, umanamente nobile. Aveva seguito la crescita del figlio, l’unico maschio, con grande attenzione e aveva goduto dell’attaccamento del bambino alla nonna Carmela, nella quale, per la formazione del figlio, aveva visto da subito una formidabile alleata. Anche lei avrebbe voluto che il figlio rimanesse nell’ambito della famiglia e della casa; della regione. Non per ambizione, però; semplicemente per quell’amore profondo e qualche volta acritico che allora legava Giovanni Palatucci, per svincolarsi decisamente dalle pressioni paterne e per non subire un suo certo ricatto economico, aveva deciso prima di arruolarsi volontario nell’esercito e poi di entrare nella Pubblica Sicurezza. Sua prima destinazione in quanto funzionario di Polizia fu Genova. Qui la sua natura ribelle non si smentì ed egli osò aggredire, indirettamente, ma senza troppo curarsi del rischio di essere scoperto, una certa maniera di concepire il compito della Polizia, a suo giudizio macchiato di troppo formalismo e di e poca sostanza. Questo suo osare lo portò ad un rimproverò pesante da parte dei superiori e ad un trasferimento esemplare.
A Fiume, sua nuova sede, con la città, fatta di uomini, di donne e di bambini, di problemi, di attese e di possibilità, Palatucci, che riceve l’incarico all’ufficio stranieri, cosa che sarà decisiva ai fini della sua umana epopea, incontra il Prefetto della provincia più ad est d’Italia, quel Quarnaro che raccoglie etnie diverse, che è conteso e che sarà teatro di uno degli aspetti più dolorosi della guerra di per sé già tanto dolorosa combattuta dall’Italia.
Il Prefetto è un uomo di governo e di potere. Vive come vocazione l’apparato dello Stato e porta nel sangue e nella mente l’italianità non disponibile e non negoziabile di Fiume e dell’intera provincia. Egli non conosce altre ragioni che quelle della forza né altro futuro che il futuro sognato dai così detti “destini della Patria”. L’uomo, ad evitare equivoci, incontra Palatucci per chiarire e per definire subito possibilità e limiti del suo lavoro…
Fra gli zii frati conventuali, uno, Giuseppe Maria, è Vescovo di Campagna, una città che ospita due campi d’internamento. Giovanni Palatucci, che impegna la vita al servizio ormai quasi esclusivo degli ebrei che egli considera vittime innocenti e di quanti subiscono con loro l’onta delle leggi razziali e di una persecuzione aggressiva e violenta, senz’altra ragione che non sia l’arbitrio e fino a distruzione completa, si rapporta con lui sempre più frequentemente trovandovi conforto, solidarietà e complicità. Parlare di un filo diretto tra Fiume, dove egli opera e Campagna, dove opera lo zio, forse è cosa eccessiva, ma, certo, la relazione esiste ed è forte se si considera che in più d’una occasione Giovanni raccomanda allo zio perseguitati o internati da smistare, in forza dell’autorità morale del vescovo e delle conoscenze di lui, qua e là per l’Italia, in regioni più consone alle umane esigenze, sia queste motivi di salute, siano motivi familiari…
A Fiume, nel suo lavoro a favore dei perseguitati, Giovanni Palatucci incontra la solidarietà di tante persone della Pubblica Sicurezza, in genere suoi sottoposti, cui affida compiti riservati e grazie ai quali favorisce, nottetempo, in direzione di barche disponibili, la fuga di tante persone e tante speranze. Riserva a sé, tuttavia, le cose più difficili, quali sono la gestione dei piani di salvataggio, la sistemazione dei documenti, il passar parola, sfidando nella notte il coprifuoco e rischiando l’accusa di alto tradimento che, se scoperto, sarebbe stata fatale e pesante. Egli, per il quale la coscienza viene prima della legge, non ritiene di consumare, così facendo, nessun tradimento. E procede nel suo lavoro, accompagnato anche dalla disponibilità di persone non propriamente della polizia che però gli vogliono bene, ne condividono gli ideali e rischiano i suoi stessi rischi…
Giovanni non fu insensibile al fascino femminile. Egli ebbe sin quasi alla fine della sua vita un profondo rapporto con la genovese Rosita della quale conserviamo un biglietto drammatico, scritto nel 1944, in cui la donna, avendo capito che sul piano affettivo qualcosa di nuovo è accaduto nella vita del giovane funzionario di polizia, e che le cose sono cambiate per sempre, manifesta di farsi generosamente da parte. Giovanni, a Fiume conosce Mika Eisler, una ragazza ebrea orfana di padre, che vive con la sola madre e che evidentemente si è rivolta a Palatucci prima per essere garantita nella stessa città di Fiume, poi quando fosse possibile, per espatriare verso una nuova e finalmente libera terra.
Forse tradito a qualcuno, forse a causa di una condotta sempre spregiudicata e rischiosa, Giovanni Palatucci è arrestato dalla Gestapo e tradotto prima al Coroneo di Trieste, poi al campo d concentramento di Dachau, sul cancello del quale, entrando, gli sarà dato di leggere “il lavoro rende liberi”. Non tanto, però, quanto liberi rende la morte. “La morte si sconta vivendo”, aveva scritto Giuseppe Ungaretti; e se questa affermazione è vera sempre, lo è ancor più per i maledetti dei campi di concentramento nazisti e non nazisti.
Tale certamente fu e tale continua ad essere Giovanni Palatucci, un funzionario della questura di Fiume quando la città oggi croata apparteneva al Regno d’Italia, il quale dedicò la propria vita a coloro che, mortificati da una pretesa razzista che si fece legge iniqua e si ridusse arbitrio senza scampo, subirono impotenti e frantumati ogni sorta di violenza, condannando alla vergogna perpetua un pezzo intero della nostra storia. Giovanni Palatucci stette al fianco dei condannati, così, semplicemente, e agevolò in tutti i modi il desiderio loro profondo di muovere in direzione, essi, esiliati e derubati fin dell’umana dignità, di un altro spazio di terra e di una nuova ancora possibile patria. Egli, il giovane questore facente funzioni, morì nel campo di concentramento di Dachau, nella Germania di Hitler, per essere fedele alla sua coscienza che non gli permetteva di considerare l’umanità di nessun altro diversa dalla sua stessa umanità. A questo valore di riferimento - la coscienza come arbitro di là dalla legge - egli educò e continua ad educare con la sua vita.
Lo arrestarono per delitto di alto tradimento, lo trattennero a Trieste e da Trieste un lungo treno lo trasportò, insieme con altri condannati come lui, di là dai confini della patria, nel campo di concentramento di Dachau. Qui, Giovanni Palatucci, consumato dagli stenti e dalla malattia, rese la bell’anima a Dio, il corpo alla terra, la sua memoria alla coscienza più alta dell’intera umanità.
Era il 10 febbraio 1945.
Credo che il mondo contemporaneo, la storia di cui siamo protagonisti, per elevarsi al di sopra della banalità quotidiana e per camminare alto in direzione del futuro, abbia bisogno di Testimoni e di Maestri….
E Giovanni Palatucci… sia da esempio per tutti.


Giovanni Palatucci: principi etici e valore della persona


di Gianluca Giorgio.

ROMA , 03 aprile, 2018 / 12:00 AM (ACI Stampa).
Un sistema giuridico rappresenta un insieme organico di norme con un unica finalità: il bene dei consociati. Ciò è espresso nell'articolo 2 della Carta Costituzionale, il quale recita che “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.
Tale premessa è utile per richiamare l'attenzione sull'attività giuridica di un funzionario dello Stato Italiano, il quale ha speso la propria esistenza per confermare quanto esposto: Giovanni Palatucci (1909-1945). Quest'uomo, ultimo questore reggente di Fiume, ha speso la sua esistenza per salvarne delle altre, trovando la morte, nel campo di concentramento di Dachau.
Ma se c'è qualcosa che merita di essere sottolineato nel pensiero di questo uomo, è che tramite il suo lavoro ha confermato l'esigenza di testimoniare i principi cattolici ed etici, più grandi di quelli imposti dal regime nel quale si trovava ad agire, in qualità del giuramento prestato.
“Ci vogliono dare ad intendere che il cuore sia solo un muscolo, e ci vogliono impedire di fare quello che il cuore e la nostra religione ci dettano”. In tale espressione di Palatucci è espresso un principio giuridico che la cultura normativa accoglierà solo nel 1945. Questo si esterna nel fatto per cui non obbedire ad una legge, considerata ingiusta, non configura un atto illegittimo, bensì rappresenta un diritto ed un conseguente dovere. Tale enunciato è alla base delle formule di Radbruch, le quali pongono in comparazione la forza coattiva di una norma, apparentemente legittima, con una non scritta, inserita nei postulati etici del diritto.
L'enunciato è alla base della coscienza giuridica pluriordinamentale. Ne sono un esempio i principi affermati nei processi di: Norimberga (1946); di Tokyo (1948); della ex Jugolsavia (1994); del Ruanda (2008). In questi si è fatto palese il diritto della parte che resiste ad un ordine dato dall'autorità, in vista di un valore più grande:la salvaguardia all'esistenza della persona umana. L'ordinamento giuridico, ai sensi dell'articolo 10 del dettato costituzionale, ribadisce questa lettura costituzionalmente orientata delle norme sovranazionali, con l'affermare che “l’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute”. In combinato disposto con il precedente assunto è utile osservare che l'articolo 11 della medesima fonte, ritiene che ”l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.
In similitudine con quanto espresso, di ciò c'è un esempio, anche nel sistema penale. Nel codice penale, all'articolo 54 si legge che “non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto nella necessità di salvare se od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non voluto volontariamente causato, ne altrimenti evitabile , sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo”. Tale è lo stato di necessità, il quale scrimina, come non antigiuridico un atto compito per salvaguardare l'esistenza propria o altrui.
Appare allora chiarissimo come esistono delle norme, presenti nel bagaglio, culturale e sociale, che meritano di essere rispettate per un principio etico. Giovanni Palatucci ha applicato tali principi giuridici, contribuendo con la propri attività a salvare l'esistenza di molte persone. Il contenuto etico della norma ed il valore della persona, affermati dall'autore, con il suo operato, ha anticipato ciò che la cultura giuridica, dopo il secondo conflitto mondiale, affermerà nell'abbondante giurisprudenza della Corte Internazionale per i diritti dell'uomo. A conferma di ciò, è utile osservare che Giovanni Palatucci, nella propria tesi di laurea, dedicata al rapporto di casualità (1932) afferma che “il diritto infatti indaga le cause ultime dei fenomeni, che cadono sotto il suo magistero, ma ricerca solo quelle, che abbiano leso determinati beni da esso protetti”.
Tale enunciato ribadisce che il centro della norma giuridica è la tutela di quei beni che l'ordinamento vigente reputa tali (espressi nella sacralità di quei principi, presenti nella Carta costituzionale). Ciò significa attribuire un valore metagiuridico, all'enunciato normativo.
Giovanni Palatucci, con la sua attività e con il dono della sua esistenza, ha confermato la coerenza con i principi cattolici che non sono scritti solamente sulla carta ma in un ordinamento trascendente per la tutela dell'umanità.



così scriveva….

GIOVANNI PALATUCCI

  • “…. in materia di dirittura morale io rendo conto alla mia coscienza, che è il più severo dei giudici

    immaginabile e se necessario ai miei superiori gerarchici”.

  • “…. non me la sento di chiedere denaro a chi deve rendere duro conto alla giustizia, e poi perché

    escludo compromessi con la mia coscienza, in ordine alla verità”.

  • “…. questa è la signora Scwartz. Trattala, ti prego, come se fosse mia sorella. Anzi, no:

    trattala come se fosse tua sorella, perché in Cristo è tua sorella”.

  • “…. ci vogliono dare a intendere che il cuore sia solo un muscolo e ci vogliono impedire di fare quello che il cuore e la nostra religione ci dettano.

  • “…. ho la possibilità di fare un po’ di bene, e i beneficiati da me sono assai riconoscenti.

    Nel complesso riscontro molte simpatie. Di me non ho altro di speciale da comunicare”.

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