Parole e aiuti per salvare gli ebrei.

IL CASO E Pio XII ordinò: «Aiutate quegli ebrei»
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L’OSSERVATORE ROMANO.
 Nell’archivio di monsignor Palatucci le direttive di Pio XII .

 di RAFFAELE ALESSANDRINI 

 “Denaro destinato preferibilmente a chi soffre per ragioni di razza”. Così il cardinale Luigi Maglione, segretario di Stato di Pio XII, scrivendo il 2 ottobre 1940 a monsignor Giuseppe Maria Palatucci, vescovo di Campagna (Salerno) dall’anno precedente, specificava la precisa direttiva del Pontefice. L’assegno di 3.000 lire, accluso a quella lettera, doveva essere utilizzato per aiutare gli ebrei rinchiusi nel campo d’internamento di San Bartolomeo, prossimo alla cittadina del salernitano. È questo solo uno dei nuovi documenti che il quotidiano “Avvenire” dello scorso 31 marzo, riportava in un articolo di Angelo Picariello. Prove eloquenti che dimostrano una volta di più come Papa Pacelli fin dall’inizio della guerra, si adoperasse in termini concretissimi ad aiutare gli ebrei, come, e forse più, di tutti gli altri perseguitati. Già da una lettera del 20 settembre 1940 di Alberto Gibboni, canonico della cattedrale di Campagna (inviato in missione a Roma dal vescovo proprio per perorare la richiesta di aiuti), risulta come questi venisse accolto in Segreteria di Stato anzitutto da monsignor Domenico Tardini. Scrive don Gibboni al vescovo: “per il sussidio mi ha mandato a monsignor Montini, il quale spedirà subito a lei una somma coll’istruzione per distribuirla tra gli internati. Per l’avvenire mi ha detto che 

ci tratterà come Genova – è qui chiara l’allusione all’opera di salvataggio in favore degli ebrei promossa dall’arcivescovo Pietro Boetto (1871-1946) – ogni volta che busseremo, ci aprirà”. Un nuovo documento, questo – sottolinea “Avvenire” – che viene alla luce dal prezioso archivio di monsignor Palatucci, comprendente 1276 lettere, perorazioni varie e relativi riscontri inerenti la situazione degli ebrei a Campagna. Di ben 188 documenti consta il solo carteggio con la Segreteria di Stato. Un’opera enorme di catalogazione ancora in corso, annota Picariello. Documenti che aprono squarci importanti sulle direttive impartite per contrastare le persecuzioni razziali. Ben 36 sono le lettere correnti tra il vescovo e monsignor Giovanni Battista Montini, con un’attenzione meticolosa da parte di quest’ultimo, alle modalità d’impiego. Il che lascia presupporre un vero e proprio incarico affidato al futuro Paolo VI per gestire nella Segreteria di Stato la delicatissima materia”. È ben nota l’opera di monsignor Giuseppe Palatucci e del suo eroico nipote Giovanni, questore a Fiume, che proprio per la sua coraggiosa ed efficacissima azione in difesa degli ebrei – si calcola ne abbia salvati circa 5000 – una volta scoperto sarebbe stato arrestato dal famigerato Herbert Kappler, e tradotto a Dachau dove avrebbe trovato la morte. Non per nulla Giovanni – del quale, nel 2004, si è conclusa la fase diocesana del processo di canonizzazione – fu proclamato nel 1990 “Giusto tra le Nazioni” dallo Stato d’Israele. Se è risaputo come il vescovo Palatucci, d’intesa col nipote abbiano salvato migliaia di ebrei, è oggi altrettanto documentato l’aiuto diretto di Pio XII. Secondo quanto dichiarato a suo tempo, il 23 aprile del 1953, da monsignor Palatucci stesso, quando interrogato a Ramat Gan in Israele fu invitato a dare delucidazioni sull’opera svolta in favore degli ebrei da lui e da suo nipote Giovanni, dopo una certa imbarazzata reticenza – “modestia vuole che io non parli del bene che ho fatto, il bene lo registra il Signore nel libro dell’eternità, e lui solo sa con precisione il bene che ho fatto” – egli teneva a sottolineare che “a un certo punto, non potendo con le mie sole forze aiutarli, dando ad essi denaro, vesti e anche, alle volte, viveri, mi rivolsi al Santo Padre gloriosamente regnante Pio XII, perché mandasse dei sussidi, sicché io potei aiutare gli ebrei con una somma di circa centomila lire: somma a quel tempo molto rispettabile”. Sempre in quell’occasione 

monsignor Palatucci aggiunse ancora: “ricordo di un medico malato di tubercolosi che si presentò a me. Era d’inverno, aveva le scarpe sdrucite, non poteva assolutamente vincere il freddo, io tolsi dai miei piedi un paio delle scarpe più belle e più buone e gliele diedi, e così feci di tutti gli oggetti, di tutti i vestimenti di lana (…) sicché ho fatto dinnanzi a Dio tutto quel che potevo; e posso dire che la mia opera come l’opera di mio nipote, s’inquadra in quell’opera grandiosa che tutta l’Italia, tutta la Chiesa in Italia, con a capo il Santo Padre, i Vescovi, i Sacerdoti, e tutti i fedeli, hanno svolto a favore degli ebrei”. Il 6 febbraio 1952, a sette anni esatti dalla morte di Giovanni Palatucci, apparve sul giornale “UJ’Kelet” di Tel Aviv un articolo in cui si dava notizia di una sua solenne commemorazione a Ramat Can: “Quando nel giugno del 1940 – recitava il testo – scoppiò la guerra e gli israeliti di Fiume e dintorni furono arrestati e accompagnati per la maggior parte al Campo di concentramento di Campagna, non una volta si affrettò il Dott. Palatucci di raccomandare questi disgraziati alla benevolenza del suo zio S. E. Giuseppe Maria Palatucci (…) il quale ci ha ricevuto con una squisita gentilezza e nobilissima generosità, dimostrandoci la sua altissima umanità e filosemitismo. Il Palazzo Vescovile, come pure il nobilissimo cuore del suo santo Padrone, come pure la sua borsa era sempre aperta e pronta per aiutarci (…) Tutti gli internati hanno trovato nel nobilissimo Vescovo un vero padre, il quale ci aiutava con tutto, con consigli, consolazioni, soldi e, non una volta, si degnava di visitarci”. L’articolo è a firma del ragioniere Rodolfo Grani, ex-internato del campo di concentramento di Campagna. E oggi “Avvenire” ricorda che quando il vescovo morì, il 31 marzo 1961 – cinquant’anni fa, la notte del Venerdì santo – gli fu trovata addosso biancheria “rattoppata da mani poco esperte, con tutta probabilità le sue”; né fu possibile trovarne di nuova per l’ultima vestizione. Palatucci era morto com’era vissuto: da figlio fedele di san Francesco qual era; e Picariello non manca di sottolineare significativamente come egli fosse stato anche compagno di seminario di Massimiliano Kolbe. 

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